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martedì, dicembre 03, 2024

Un patrimonio personale paragonabile al PIL di uno stato

Una singola persona che pretende uno stipendio annuo di 56 miliardi?
Tanto per farsi un’idea, è una cifra paragonabile (circa 3/4) alla spesa annuale dell’Italia per l’intero sistema di istruzione scolastica, che andrebbe ad aggiungersi a un patrimonio personale di 314 miliardi: paragonabile al PIL della Nuova Zelanda.
E questa persona è circondata da legioni di ammiratori (Umberto Eco avrebbe usato un altro termine ) pronti a osannare ogni sua mossa e convinti che l’ultima elezione presidenziale abbia segnato la riscossa degli esclusi.
No, rimango convinto che non comprerei una Tesla neppure se fossi straricco. Nemmeno sotto tortura!

giovedì, aprile 30, 2020

"Il Cammello e la Cruna": Luigino Bruni si interroga sulla pretesa natura cristiana - protestante o cattolica - dello ‘spirito del capitalismo’

Di Luigino Bruni, lo scorso anno, avevo ascoltato l'interessantissima serie radiofonica
"Oikonomia - Meditazioni sul capitalismo e il sacro"
Quest'anno l'economista e saggista italiano ha condotto un'altra serie altrettanto interessante: "Il Cammello e la Cruna".

"La pretesa natura cristiana - protestante o cattolica - dello ‘spirito del capitalismo’ è uno dei classici temi del pensiero economico e sociale. Negli ultimi anni, però, l’emergere della crisi dei beni comuni, della terra e dei beni relazionali, ha riacceso il dibattito sull’etica del capitalismo.
Questa serie indagherà che cosa del cristianesimo è entrato nell'economia europea e nel capitalismo moderno, giungendo forse a conclusioni nuove e inattese."


Durante l'ascolto ho trascritto solo un paio di brani tratti dalle 5 puntate, quelli che mi hanno colpito di più. E li ho sintetizzati dettando il tutto al riconoscitore vocale. Spero di non aver introdotto distorsioni. Siccome non ho il tempo per farlo, ho ripulito il testo in modo molto grossolano. Ma ho pensato che fosse meglio pubblicare un testo caotico, disorganizzato e incompleto, piuttosto che non pubblicare nulla. Ecco il testo.


L’idea della predestinazione viene presa dalla lettera di San Paolo agli Efesini - che oggi sappiamo essere della sua scuola di San Paolo e non del santo stesso - da lì Calvino prende spunto per affermare che Cristo è morto solo per i prescelti che sono stati eletti da Dio senza che nessuno sapesse il perché (predestinazione). Nessuno sa se fa parte degli eletti ma, secondo la cultura calvinista, un segno può essere dato dalla ricchezza.
Il rovescio della medaglia di questa interpretazione è che la povertà corroborerebbe l'ipotesi di far parte dei dannati. Questa teoria degli eletti e dei dannati viene rafforzata dal lavoro di Weber.
E, paradossalmente, si passa dalla negazione del valore delle opere, proprio dell'interpretazione protestante, all'esaltazione delle stesse a livello prgmatico. Perché dalle opere che mi fanno diventare ricco posso avere una maggiore speranza di essere un prescelto.

"Il capitalismo del XX secolo, quello basato sulla fabbrica, non poteva essere abbastanza seducente per i popoli latini da poter comprarci l’anima.
Ma quello del XXI secolo, basato sul consumo e sulla finanza, ci ha sedotti al punto da non avere nemmeno bisogno di comprarci l’anima perché gliel’abbiamo semplicemente regalata."

La serie si conclude con un'interessante osservazione/auspicio ma, sia per mancanza di tempo, sia per non rovinarvi la sorpresa, vi rimando alle puntate: 

giovedì, marzo 14, 2019

Meditazioni sul capitalismo e il sacro: merito e meritocrazia

Condivido questa interessantissima puntata che è parte di una serie sulla teologia e sull’etica del capitalismo.

"Oikonomia . Meditazioni sul capitalismo e il sacro" con Luigino Bruni di Uomini e Profeti - Radio3

Ho trovato particolarmente interessante il discorso su merito e meritocrazia. Eccone dei brani

"Per capire la meritocrazia dobbiamo partire da un’osservazione sulla disuguaglianza, perché la meritocrazia è oggi la legittimazione etica della disuguaglianza.

La disuguaglianza è la condizione naturale di molti esseri umani perché i talenti che ciascuno riceve arrivando sulla terra sono diversi da quelli degli altri. …

L’occidente, soprattutto nel ‘900, ha cercato di lottare contro questo dato di natura, ha cercato di cambiare questo stato naturale, con la politica e con i diritti. Ha voluto immaginare un mondo in cui fossimo più uguali di come siamo nascendo. E questo è avvenuto in Europa e non gli USA. Si è fatto nascere lo stato sociale e si è voluto investire una grande quota del proprio PIL per beni comuni immensi come la scuola per tutti e la sanità universale.

Ma mentre godevamo i frutti di questa virtuosa congiuntura del secondo novecento, in cui la disuguaglianza è mediamente diminuita in Europa, nel retrobottega della finanza, dell’economia e della politica iniziava una controrivoluzione antiegualitaria voluta e pianificata prima di tutto dalle grandi imprese multinazionali, dalle scuole di business e dalle grandi società di consulenza globali.
Questo capitalismo per potersi affermare come culto universale e quindi ottenere un consenso etico, senza il quale non ci sarebbe stata l’affermazione universale, ha avuto bisogno di una legittimazione di alcuni assiomi su cui si fonda. E così ha compiuto il miracolo. La naturale disuguaglianza che il ‘900 ha combattuto è diventata una qualità morale. L’abbiamo chiamata meritocrazia e improvvisamente la disuguaglianza da un male è diventata un bene, da vizio è diventata virtù. Perché la meritocrazia si presenta come una forma di giustizia. Quindi, grazie alla meritocrazia, le disuguaglianze naturali non vengono più contrastate ma lodate e premiate. Oggi per chiunque voglia denunciare inefficienze è sufficiente pronunciare la frase - qui ci vuole più meritocrazia - per raccogliere applausi scroscianti e convincere che si è imboccata la strada giusta.

Il merito sta diventando la nuova religione globale del nostro tempo. Ma siccome lo si presenta come una cosa tecnica non ne viene svelata la natura religiosa.

Tutte le oligarchie vorrebbero anche essere aristocrazie, cioè il governo dei migliori. La meritocrazia è l’aristocrazia dei nostri tempi dove, a differenza di quella feudale, cambiano il meccanismo di riproduzione delle élite e la giustificazione del loro essere migliori. Non più la terra né il sangue ma semplicemente il merito.

E qui sorge anche un paradosso interessante. Il primo spirito del fu generato dalla radicale critica di Lutero alla teologia del merito. Secondo Lutero siamo salvi per grazia e non per le nostre opere. Ma, quella pietra scartata, il merito, oggi è diventata pietra d’angolo della nuova religione capitalista nata nei paesi protestanti. Quei paesi che hanno scartato il merito come categoria hanno inventato la meritocrazia.

Nella religione meritocratica il talento è ridotto a merito. Operazione alquanto arbitraria perché il talento non è quasi mai meritato.

E poi le imprese riducono i molti meriti umani ai soli meriti definiti dalle imprese stesse, livellandoli e appiattendoli verso il basso. Ci sono molti meriti che si scoraggiano e si distruggono. Ad esempio, i talenti di umiltà, di mitezza, di compassione, di misericordia, Che sono degli autentici patrimoni antropologici della comunità e delle imprese. Chi li vede? Chi li considera meriti? Chi li remunera? Oggi noi stiamo assistendo a una distruzione di massa di talenti più umili e umanistici.
Quanto vale una persona mite in un’azienda? Un valore infinito. Eppure, chi si comporta da mite viene etichettato come perdente.
Inoltre, ci si dimentica che nei nostri successi contano moltissimo il caso e la fortuna.

All’interno di questa religione meritocratica sta tornando in voga l’idea arcaica che il povero è colpevole e responsabile della propria situazione. Mentre nei paesi latini avevamo molto lottato per dire che il povero è uno sfortunato, è quello che nasce nel posto sbagliato e quindi va aiutato con lo stato sociale. Ma se prevarrà questa visione allora diventerà anche etico non far nulla per aiutare il povero perché la sua colpa giustificherebbe la mia indifferenza."

giovedì, marzo 10, 2016

PIL, economia, wikipedia e condivisione

Tra ieri sera e stamane ho letto il post di .mau. Wikipedia fa crollare il PIL e ho visto la puntata del 07/03/2016 di Pane quotidiano con Maurizio Pallante.

Ho trovato interessante questa considerazione di .mau.

Però, almeno dal punto di vista di un economista, la cosa ha perfettamente senso. Quando io lavoro gratuitamente migliorando l’enciclopedia non sto generando ricchezza misurabile: allo stesso modo, chi usa il contenuto di Wikipedia anziché comprare un’enciclopedia non sta generando ricchezza misurabile e persino chi usa Wikipedia per generare contenuto che poi vende non genera tutta la ricchezza possibile, perché c’è solo una transazione economica e non due.
E quindi? Quindi dobbiamo sperare che prima o poi si riesca a trovare una migliore misura della ricchezza del mondo, non tanto per considerare Wikipedia ma anche tutte le cose che ci migliorano ma non richiedono scambio di denaro.

Nella puntata di Pane quotidiano oltre a questo tema, di cui si parla intorno al 13° minuto, si trattano anche altri temi tra cui diseguaglianza, solidarietà, felicità e condivisione che probabilmente sono parte del contenuto del libro di Pallante:
Destra e sinistra addio. Per una nuova declinazione dell'uguaglianza

sabato, gennaio 09, 2016

Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty: il capitalismo si sta scavando la fossa come diceva Marx?

Oggi propongo una recensione del libro più noto di Piketty scritta dall'amico Gianni Amati.

Che bel libro quello di Thomas Piketty. "Il capitale nel XXI secolo (Saggi Bompiani).” Piketty riscrive le leggi del capitalismo dimostrando dati alla mano che la profezia marxista, secondo la quale il capitalismo si stesse scavando la propria fossa, potrebbe avverarsi.
Piketty va oltre la legge economica classica (la funzione di Cobb-Douglas), secondo la quale la generazione della ricchezza seguirebbe una funzione lineare, sebbene su scala logaritmica, di capitale e lavoro.


Y = produzione; L = lavoro; K = capitale immesso; A = fattore di produttività;
α e β
output elasticities del capitale e del lavoro rispettivamente

In altre parole, secondo questa legge, basterebbe immettere capitale, avere dei lavoratori con le abilità necessarie a produrre beni e servizi, e la crescita sarebbe assicurata. Infine è possibile innalzare ancora la crescita con l'innovazione ottenendo maggiore produttività.

Eppure oggi, nonostante il costo bassissimo del denaro, la disponibilità di manodopera anche qualificata, assistiamo, al contrario, a un rallentamento generale del tasso di crescita nei paesi più industrializzati, la cui media risulta essere oramai la stessa in Europa e in America. Per i paesi meno industrializzati, come quelli asiatici, la crescita a fine secolo convergerà più lentamente allo stesso valore, che sarà molto basso, tra lo 0.5% (nell'ipotesi più pessimista) all'1.5% (più ottimisticamente). Ovvero il destino del capitalismo maturo è segnato da un'economia globale a bassa crescita. Sarà lo stesso tasso che si riscontrava nel diciannovesimo secolo! Ma quali sono i motivi per i quali ci avviamo a un'economia globale a bassa crescita e quali saranno le conseguenze sociali?

Secondo Piketty, per trovare le vere cause della bassa crescita occorre rivisitare la legge fondamentale del capitalismo, visto che questa non è più sufficiente a spiegare il ciclo economico recente. O meglio, la legge di Cobb-Douglas può essere applicata solo a particolari periodi, ad esempio quelli che sono succeduti a shock demografici, come il periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni 70. La crescita demografica, caratteristica di quel periodo, è infatti un fattore di crescita economica e nello stesso tempo di livellamento economico, in quanto in questi periodi i nuovi soggetti economici tendono a risparmiare, e quindi ad accumulare ricchezza. La legge di Cobb-Douglas applicata a questo periodo è perfetta.
Ma una volta che l'effetto demografico termina, interviene il fenomeno di iper-accumulazione delle ricchezze (Marx parlava di accumulazione infinita del capitale). I soggetti economici esistenti trovano sempre meno vantaggioso creare un tasso di profitto adeguato al proprio capitale investito e, le ricchezze, ma anche le stesse professioni vengono solo ereditate e trasmesse in modo elitario. Le ricchezze accumulate da una generazione possono essere significative. Infatti Piketty osserva che anche in presenza di una crescita media bassa, per esempio il 2.5%, su un lungo periodo di tempo, cioè generazionale che è di circa 30 anni, la ricchezza accumulata si raddoppia. Ecco che qui si affaccia di nuovo Marx con la sua teoria di accumulazione infinita del capitale, grande intuizione che Piketty ridefinisce in modo scientifico e convincente. Con un livello di accumulazione eccessivo delle ricchezze, si ferma l'ascensore sociale, risulta sempre meno conveniente investire nei paesi a bassa crescita perché si ridurrebbe troppo il tasso di profitto. Insomma il capitalismo per funzionare deve avere una generazione che sia in grado di costruirsi da sola il proprio futuro! Il conflitto esistente nel capitalismo moderno tra ricchezza ereditata e lavoro non è però di classe, come Marx avrebbe voluto, cioè non è ancora declinato a essere vissuto come conflitto politico dovuto all'esistenza di una vertiginosa diseguaglianza tra ricchi e poveri, ma è di natura sistemica e strutturale, che dunque mina le fondamenta stesse del capitalismo!

In che modo Piketty riscrive matematicamente le leggi del capitalismo? Tipicamente un europeo possiede un capitale medio di 180.000 Euro e un'entrata media di 30.000 Euro. Occorrono cioè per noi europei sei anni (180.000/30.000) per produrre nuova ricchezza equivalente alla ricchezza da noi già posseduta. Ora questo rapporto si dimostra essere uguale, ma solo nel lungo periodo ad esempio generazionale, al rapporto (s/g) tra capacità di risparmiare (s) è il tasso di crescita media (g). Il tasso di risparmio italiano, ad esempio, è stato del 12%, che rapportato a una crescita media del 2%, fa esattamente sei, come prima.

Dunque, da questa semplice uguaglianza si deduce che se la crescita è bassa, il tasso di risparmio è lo stesso, i redditi medi rimangono bassi, allora questo vuol dire che abbiamo accumulato troppa ricchezza. In Italia poi Salvini, Grillo, Meloni & Co. non ci permettono di accogliere nuovi soggetti economici per abbassare questa ricchezza media quindi siamo destinati a una bassa crescita. Comunque la spinta demografica deve comunque arrestarsi, e quindi questa sarebbe comunque un palliativo generazionale. Cosa fare allora?

Piketty prevede una società nella quale il dilemma ottocentesco di costruirsi il proprio destino di vita scegliendo tra eredità o lavoro, descritto nel romanzo di Balzac, Papà Goriot, si riproporrà domani (o forse già oggi?) come allora. I livelli di vita che oggi è possibile raggiungere accedendo all'élite dei patrimoni ereditati sono già effettivamente molto più alti dei redditi che sarebbe possibile acquisire accedendo all'élite dei redditi da lavoro.
Piketty però afferma “L’idea secondo cui la libera concorrenza promuoverebbe la fine della società fondata sull'eredità e l’avvento di un mondo più meritocratico è una pericolosa illusione.” La proprietà del capitale e dei redditi che ne derivano è molto più concentrata della ricchezza generata dai redditi da lavoro. Quindi possiamo modificare come priorità la distribuzione della proprietà del capitale intervenendo su tre direzioni: i processi relativi al risparmio e all'investimento, le norme sull'eredità e sulle successioni, il funzionamento dei mercati immobiliari e finanziari.

Per quanto riguarda il risparmio occorrerebbe che ognuno di noi arrivi al momento della propria morte con un capitale nullo e quindi non ereditabile (implementando il modello bi-periodale di Modigliani che prevede che da vecchi si consumi tutto quello che si è risparmiato da giovani), e ciò sarebbe virtualmente attuabile con dei fondi pensionistici più consistenti e obbligatori. Piketty osserva che la distribuzione del capitale sarebbe stato ancora più concentrata se non ci fossero stati tali fondi.

Per quanto riguarda il reddito successorio, questo si aggira intorno al 20% annuo del reddito nazionale. A breve diventerà del 25% e tenderà sempre di più a salire. Occorre semplicemente tassarlo. Non è solo per un principio di equità ma di pragmatica utilità.

Sulla tassazione dei capitali finanziari come la Tobin Tax sappiamo già, ma poco si è fatto e forse non si farà mai.

venerdì, dicembre 11, 2015

Sistema bancario tedesco, obbligazioni subordinate e Banca Etica



Tonia Mastrobuoni a Tutta La Citta' Ne Parla​: La Germania è tra i paesi europei più ipocriti e corrotti in fatto di finanza bancaria: Commerzbank parzialmente nazionalizzata e Deutsche Bank coinvolta in alcuni dei peggiori scandali finanziari; ultimo dei quali: pare sia riuscita ad aggirare anche le sanzioni contro Putin.




E, per quanto riguarda il recente discorso delle obbligazioni subordinate, mi è venuto da pensare che ho fatto proprio bene a scegliere Banca Etica. Oltre a essere più al sicuro da tali raggiri finanziari, credo anche di minimizzare il contributo che le mie piccole finanze danno alle enormi finanze di affari eticamente discutibili e di massimizzare invece il contributo speso in progetti con scopi vicini ai miei principi etici.


lunedì, ottobre 13, 2014

Gaël Giraud: L’austerità di bilancio è una sciocchezza - Ciò che la Germania ha fatto con due guerre mondiali, lo sta rifacendo sul piano economico

A Pagina 3 dell'8 ottobre Vittorio Giacopini ha letto e commentato un'interessante intervista a Gaël Giraud (podcast della puntata). Ne riporto qualche stralcio.
Premiato nel 2009 da Le Monde come miglior giovane economista, padre Giraud è diventato un ascoltato protagonista del dibattito pubblico francese e un interlocutore del presidente Hollande. Finora – ammette – senza grande successo...

Padre Giraud, perché ce l’ha tanto con le banche?  
«Come molti economisti io credo che una delle cause più forti della crisi sia nel settore bancario. Le grandi banche in Europa, Paribas in Francia, Deutsche Bank in Germania, Montepaschi in Italia sono delle bombe a scoppio ritardato per le economie dei loro paesi e per l’Ue. Bisogna assolutamente separare l’attività di credito da quella di affari, se quest’ultima fallisce lo Stato non deve sentirsi obbligato a compiere costosi salvataggi per proteggere i depositi dei risparmiatori. François Hollande si era impegnato durante la campagna elettorale, ma in realtà ha fatto una finta legge di separazione».  

Come ha reagito il sistema alla sua denuncia?  
«Le banche francesi erano furiose con il prete gesuita che denunciava manipolazioni e imbrogli e mi hanno procurato un sacco di guai. Il fatto è che le nostre grandi banche hanno un peso talmente forte da esercitare un potere di ricatto nei confronti della politica. Paribas ha un bilancio che ha lo stesso peso del Pil francese. Ci vuole una politica coraggiosa che sappia liberarsi dell’ipnosi delle banche».  

Però il grande problema delle economie europee – Francia, Italia – è oggi il debito pubblico. Non è d’accordo?  
«Io penso che il debito privato sia molto più importante di quello pubblico. In particolare il debito delle banche e il debito a corto termine. In effetti le banche sono le più indebitate in Europa e sono in situazione molto rischiosa. L’austerità di bilancio secondo me è un’enorme sciocchezza. Avere debito pubblico è molto meno grave di avere del debito privato. Per me la vera priorità è lo sdebitamento delle banche». 
... l’austerità nei bilanci non è assolutamente la priorità oggi in Europa a causa della deflazione. Se tutti rientrano dal debito contemporaneamente, il debito reale – debito meno inflazione – aumenta. È particolarmente paradossale ma è una trappola. Prendiamo la Grecia, l’abbiamo uccisa spaccando la società e ci vorrà una generazione per ricostruirla, ma il debito greco continua ad aumentare. E rischiamo di fare la stessa cosa in Italia e in Francia. L’austerità di bilancio secondo me è un’enorme sciocchezza. Ciò che la Germania ha fatto con due guerre mondiali, lo sta rifacendo sul piano economico». 

Poi Giraud parla anche di un'interessante e concreta proposta di slavataggio dell'Europa che dovrebbe partire dalla coversione dall’economia di oggi, che dipende molto dal petrolio, dal carbone e dal gas, verso un’economia delle energie rinnovabili.

Articolo intero: "Il problema di Bruxelles non è il debito pubblico, ma quello delle banche".