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mercoledì, settembre 09, 2026

L'abbaglio che nasconde i veri padroni del gioco

Di chi è la colpa se le forze populiste e radicali continuano ad avanzare? Della sinistra che ha perso il contatto con la gente e rincorre utopie? Della mancanza di programmi concreti? O c'è sotto qualcosa di molto più grande?

Queste sono le domande su cui mi sono trovato a riflettere durante una conversazione con alcuni amici sui recenti risultati elettorali e sul clima politico che si respira in Europa. Ne è venuta fuori una conversazione che mi ha spinto a mettere in ordine un po' di idee.


Parto dalla conclusione, per chi ha poco tempo e vuole andare subito al punto:
È giusto fare autocritica e pretendere che la propria parte politica funzioni meglio. Ma se ogni volta ci limitiamo all'ipercritica distruttiva o al disincanto dell'astensionismo, finiamo per comportarci come i famosi capponi di Renzo: invece di allearci contro chi ci tiene appesi per i piedi, continuiamo a beccarci tra di noi.

Per chi ha voglia di approfondire, ecco la versione estesa.

La gabbia invisibile: come la Rete è diventata un'arma geopolitica


Se proviamo a fare un passo indietro e a guardare il quadro generale, l'evoluzione del dibattito pubblico negli ultimi trent'anni segue una traiettoria abbastanza precisa:

  • L'illusione dell'anarchia felice: Negli anni '90, agli albori di Internet, i governi occidentali scelsero di lasciar crescere la rete senza regole. Non sappiamo se per scopi egemonic, ingenuità, buona fede o incapacità di capirne il potenziale.

  • Dalla democrazia al controllo: Quella struttura aperta che all'inizio del Millennio sembrava la massima promessa di libertà globale (pensiamo all'entusiasmo per le reti sociali durante le Primavere Arabe) si è progressivamente trasformata in uno strumento capillare di manipolazione politica e polarizzazione.

  • L'era dei monopolisti: La totale assenza di regolamentazione ha spianato la strada a pochissimi giganti tecnologici. Oggi questi oligarchi hanno accumulato un potere finanziario, conoscitivo e infrastrutturale che supera di gran lunga quello di molti Stati nazionali.

Quando singoli individui gestiscono patrimoni paragonabili al PIL di un paese medio-grande e controllano sia le reti di comunicazione di massa sia le infrastrutture satellitari o le piattaforme di informazione militare, le regole del gioco democratico cambiano radicalmente.

Un campo di gioco distorto

A fronte di tutto questo, ha ancora senso addossare l'intera responsabilità dell'avanzata dei populismi solo agli errori dei singoli partiti tradizionali?

Certo, le responsabilità della politica democratica ci sono: spesso si è dimostrata miope, distante dai bisogni quotidiani e incapace di proporre visioni pragmatiche. Ma va riconosciuto che il campo di gioco è diventato profondamente asimmetrico. Se persino le istituzioni di una superpotenza faticano a contenere la capacità dei gigacapitalisti di orientare la percezione pubblica attraverso gli algoritmi, pensare che il problema si risolva solo cambiando un paio di leader politici locali è un'illusione.

Chi controlla il controllore?

Arrivati a questo punto della discussione, qualcuno ha posto una domanda legittima:
Se cerchiamo una soluzione attraverso regole e contrappesi istituzionali, non rischiamo di creare un "Grande Fratello" governativo? Chi controlla il controllore?

È un dubbio lecito. Ma la contro-domanda sorge spontanea: chi controlla oggi i padroni della rete?

Al momento, la risposta è: nessuno!

In un contesto globale in cui gli Stati Uniti scivolano verso un modello sempre più oligarchico e potenze autocratiche come la Cina usano la tecnologia per il controllo sociale diretto, l'unica entità continentale che conserva la forza (e il mercato) per imporre regole a tutela dei cittadini rimane l'Unione Europea.

Nonostante la sua burocrazia e i suoi difetti, l'Europa è l'unica ad aver tracciato confini normativi importanti: dall'RGPD (Regolamento generale sulla protezione dei dati - Wikipedia) sulla tutela dei dati personali fino alle prime regolamentazioni mondiali sull'intelligenza artificiale: Legge sull'intelligenza artificiale - Wikipedia.

E comunque, di fronte all'ipotesi di essere manipolato da un algoritmo, preferirò sempre che a vigilare su quel codice sia un'istituzione democratica con un parlamento eletto, anziché il capriccio del miliardario di turno.
Voi preferiste essere manipolati da un Romano Prodi o da un Donald Trump? Da un Mario Draghi o da un Elon Musk! 😉

Che ne pensate?

giovedì, luglio 23, 2026

La verità richiede pazienza: Evitiamo di sparare sentenze prima che la giustizia abbia fatto almeno parte del suo lavoro

Dovremmo smetterla tutti di sparare sentenze prima che la giustizia abbia fatto almeno parte del suo lavoro. E dovremmo smetterla soprattutto noi semplici cittadini. Che lo facciano alcuni politici avvezzi allo sciacallaggio è una triste certezza. Ma che senso ha, per noi cittadini, schierarsi a spada tratta quando nessuno di noi sa come siano andate esattamente le cose? Uno spezzone di video non sostituisce un’indagine.
Bisogna imparare ad avere pazienza. Ci sono istituzioni preposte ad appurare la verità e bisogna saper aspettare. Vale per il recente caso di Abderrahim Fakir, come per qualunque altra vicenda giudicata a furor di popolo e di reti sociali.
Alcuni politici sfruttano queste situazioni per i loro biechi tornaconti elettorali, cercando di manipolare i fatti e le nostre opinioni. Molta stampa lo fa per aumentare le vendite. Sta a noi non cadere nel tranello

lunedì, luglio 20, 2026

Il potere invisibile: come il calcolo algoritmico sta eclissando la democrazia

Viviamo in un'epoca in cui i confini del potere politico non si decidono più soltanto con leggi e trattati, ma anche con i flussi di dati e la capacità computazionale.

In una recente puntata di Eta Beta | Rai Radio 1 | RaiPlay Sound, intitolata "Quando il potere diventa calcolo: l’AI tra Cina, Usa e democrazia", il conduttore Massimo Cerofolini ha ospitato Paolo Benanti, francescano, teologo ed esperto di etica delle tecnologie, nonché autore del saggio La nuova logica del dominio – Potere computazionale, democrazia e condizione umana.

Le parole di Benanti offrono una lucida e inquietante fotografia di come le grandi piattaforme tecnologiche stiano ridefinendo il concetto stesso di sovranità, superando i tradizionali pilastri democratici su cui si fonda l'Occidente.

L'annullamento dell'esistenza virtuale: l'aneddoto del giudice dell'Aia

Per comprendere la pervasività e la pericolosità di questo nuovo paradigma, Benanti ha condiviso un esempio concreto e disarmante, che mostra come un ordine politico possa trasformarsi, attraverso la tecnologia, in una condanna all'eliminazione digitale:

Lo scorso agosto un giudice della corte internazionale dell’Aia, di nazionalità francese, ha fatto un atto d’ufficio: ha ricevuto un fascicolo e nel fascicolo si accusava Netanyahu di crimini di guerra. In questo caso, il suo dovere era di aprire un’indagine formale. Immediatamente dopo aver aperto l’indagine, come dovere d’ufficio, il presidente Trump ha deciso di includere il nome del giudice nella lista dei terroristi internazionali.

Quali sono state le conseguenze?

Le conseguenze sono state che il giudice è stato immediatamente privato da tutti i servizi che girano su piattaforme statunitensi. Cioè, il giudice si è ritrovato impossibilitato a usare l’email; ha perso la possibilità di connettersi alla piattaforma del tribunale, in quanto piattaforma statunitense; non è stato più in grado di usare la sua carta di credito; ecc.

Cioè, se noi lo guardiamo nell’ottica della società civile, un cittadino francese ha subito un atto di annullamento totale della sua esistenza virtuale, che sempre di più si avvicina a un'esistenza reale
, a opera di un giudizio che è diventato esecutivo al di fuori della tradizionale tripartizione dei poteri di Montesquieu.

Questo episodio è il sintomo di un cambiamento epocale. Siamo di fronte a un nuovo potere esecutivo e transnazionale che sta eclissando, in quanto a potenza e immediatezza, i tre poteri tradizionali (legislativo, esecutivo e giudiziario). Un vero e proprio cambio di paradigma che caratterizzerà il futuro dei sistemi politici e le interazioni tra esseri umani.

Dalla "Stanza dei Bottoni" allo Schermo del cellulare

Il potere non ha più bisogno di manifestarsi fisicamente per esercitare il proprio controllo. Ha cambiato pelle, diventando invisibile e molecolare, come spiega efficacemente Benanti:

C'è stato un tempo in cui il potere si vedeva: palazzi, bandiere, eserciti, stanze dei bottoni. Oggi entra nel cellulare, suggerisce una scelta, ordina una lista di risultati, decide cosa vediamo prima e cosa non vediamo mai. Il vertice di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump lo ha mostrato bene: la tecnologia non è più un settore commerciale, ma è il cuore della geopolitica. Chip, intelligenza artificiale, terre rare, cloud e dati sono diventati strumenti di potere. E chi controlla la capacità di calcolo non controlla solo le macchine, ma anche pezzi delle nostre menti. E per difendere i nostri diritti servono limiti etici già nel momento di scrittura dei codici.

Una riflessione per il futuro

Se chi controlla gli algoritmi ha il potere di decidere che cosa vediamo, che cosa compriamo, come pensiamo e, nei casi più estremi, se abbiamo o meno il diritto di "esistere" nello spazio digitale, allora la democrazia è a rischio.

La questione è profondamente etica e costituzionale. Come suggerisce Padre Benanti, la difesa dei diritti umani e democratici non può più avvenire solo "dopo", attraverso le leggi ordinarie, ma deve essere integrata "prima", nel momento stesso in cui i codici e le intelligenze artificiali vengono programmati.

sabato, luglio 18, 2026

Il caso del gioielliere Roggero: tra propaganda politica e realtà dei fatti

Le uccisioni del gioielliere Mario Roggero erano per legittima difesa? No.
Erano eccesso di legittima difesa? Neppure.

Non si tratta di un'opinione personale o di uno schieramento politico: lo dice chiaramente la legge italiana, basandosi su fatti accertati in tre gradi di giudizio. E allora, perché nel dibattito pubblico degli ultimi giorni non si parla d'altro? La risposta sta nella distanza tra la realtà dei fatti e la narrazione che i partiti di governo stanno costruendo per puro calcolo elettorale.

La realtà dei fatti (oltre la narrazione dell'eroe)

La propaganda populista ama descrivere Roggero come un cittadino onesto, un lavoratore esasperato che si è difeso dall'ennesima rapina. Ma le carte processuali e la storia dell'uomo raccontano una verità molto diversa e decisamente più inquietante.

Per prima cosa, Roggero non era un cittadino qualunque legalmente armato. Nel 2005 era già stato condannato (tramite patteggiamento) per violazione di domicilio e minacce a mano armata, dopo aver fatto irruzione nella notte a casa del fidanzato della figlia, minacciando i genitori del ragazzo con una pistola carica. (Tra l'altro, usando la stessa logica salviniana ci si potrebbe chiedere se i genitori del ragazzo avrebbero potuto legittimamente sparare al gioielliere.) A causa di questo episodio gli era stato revocato il porto d’armi. Nonostante il divieto, ha scelto deliberatamente di violare la legge, procurandosi un’arma non denunciata e clandestina.

Il giorno della rapina, l'azione dei malviventi era ormai conclusa. I rapinatori erano usciti dal negozio e la famiglia del gioielliere era al sicuro e incolume. È a quel punto che Roggero ha scelto di trasformarsi in giustiziere: ha inseguito i fuggitivi fin fuori dal locale, sparando a distanza ravvicinata.

La dinamica successiva non ha nulla a che vedere con la difesa: dopo aver colpito i malviventi, ha inseguito uno di loro mentre era già a terra agonizzante, lo ha preso a calci in testa e, quando l'uomo ha tentato disperatamente di rialzarsi, ha sparato ancora per ucciderlo. Un secondo rapinatore è morto sul colpo, il terzo è sopravvissuto rimanendo ferito.

Inseguire dei ladri in fuga, sparare loro alle spalle, infierire su un corpo agonizzante con i calci e finirlo a colpi di pistola non è difesa. È un duplice omicidio volontario.

La sentenza e il ruolo delle attenuanti

La condanna a 14 anni e 9 mesi tiene già conto di tutte le attenuanti del caso, legate allo stato di shock e alla provocazione subita. Senza lo sconto della magistratura, per un reato del genere la pena avrebbe superato i 30 anni o l'ergastolo. Inoltre, considerando l'età avanzata del condannato (72 anni) e gli strumenti previsti dal nostro ordinamento (come la liberazione anticipata e la detenzione domiciliare per gli ultimi anni di pena), Roggero difficilmente passerà l'intera condanna dietro le sbarre.

Il ruolo del carcere e la sua funzione rieducativa su un uomo di oltre settant'anni sono temi su cui è legittimo e doveroso dibattere. Ma è un dibattito che appartiene alla magistratura di sorveglianza, da affrontare nei tempi e nei modi previsti dalla legge.

Lo sciacallaggio politico e lo snaturamento della grazia

Visto che ci troviamo in piena fase preelettorale, i leader del populismo nostrano, da Salvini a Meloni, fino a Vannacci, non hanno perso tempo. Hanno cavalcato la vicenda per recuperare voti, invocando a gran voce la grazia presidenziale e alimentando una disinformazione mediatica finalizzata a creare una polarizzazione da tifo da stadio.

La richiesta di grazia avanzata in questo momento, oltre a essere totalmente fuori dai binari procedurali, nasconde un'intenzione pericolosa. La politica non sta chiedendo un atto umanitario basato sul percorso di recupero dell'uomo; sta usando la grazia come se fosse un "quarto grado di giudizio". L'obiettivo sotterraneo è far passare il messaggio che la magistratura abbia applicato una legge sbagliata e che il Presidente debba annullarela sentenza.

Questo è un gravissimo snaturamento del concetto di grazia, che nasce come eccezione umanitaria e non come strumento politico per scavalcare il potere giudiziario.

Trasformare in eroe nazionale una persona violenta, che gira con armi illegali e che uccide oltre i confini di ogni legge, è il sintomo di una profonda crisi culturale. Ai politici che gridano nelle piazze non importa nulla del destino umano di Mario Roggero; importa solo la propria poltrona, e sanno perfettamente che soffiare sul fuoco della rabbia sociale è il modo più rapido per mantenerla.

Per un approfondimento sulla vicenda e sul dibattito giuridico, consiglio l'ascolto della puntata di Rai Radio 3: Tutta la città ne parla | Chi deve fare giustizia?

mercoledì, luglio 01, 2026

Maria Callas e Giuseppe Di Stefano: Storia di una cura

Consiglio vivamente l’ascolto di questa serie dedicata al legame tra Giuseppe Di Stefano e Maria Callas.

Suona l'una | S2026 | Il canto ritrovato, Giuseppe di Stefano e Maria Callas | Rai Radio 3 | RaiPlay Sound

Oltre al materiale sonoro inedito, ciò che mi ha colpito ed emozionato di più è il racconto della cura, quasi terapeutica, che Di Stefano ebbe per la Callas: un tentativo profondo di aiutarla a ritrovare una voce che la fatica e la vita avevano ridotto quasi all'afonia.
Una storia di musica, ma soprattutto di straordinaria umanità.

mercoledì, giugno 24, 2026

Perché Salvini rimane alla guida della Lega nonostante la quasi decimazione dei consensi?

Mi è capitato più volte di chiedermi perché i suoi compagni di partito non avessero ancora sostituito Salvini alla guida della Lega, visti i risultati elettorali degli ultimi anni, che hanno quasi decimato i consensi del suo partito. In qualsiasi altra forza politica una simile parabola avrebbe condotto a un rapido cambio al vertice.

Oggi ho capito il perché.
“Matteo Salvini è ufficialmente il proprietario e titolare legale dei simboli del partito. A gennaio, al termine di un iter burocratico avviato nel 2018, il Ministero delle Imprese ha registrato a suo nome tre marchi. Tra questi figurano la dicitura "Lega per Salvini premier" e lo storico "Spadone" di Alberto da Giussano.
Questa mossa garantisce al segretario il controllo esclusivo e personale sui loghi ufficiali del movimento. In pratica, la Lega è blindata: senza di lui, il partito perde letteralmente il suo nome e i suoi simboli storici.”

lunedì, giugno 01, 2026

Kissing Gorbaciov: quando il punk italiano sbarcò in Unione Sovietica

È possibile che gruppi rock punk italiani siano stati invitati a suonare in Unione Sovietica? E che relazione può mai esserci tra lultimo presidente dell'URSS e un paesino sperduto della Puglia? 

Le risposte a queste domande, le trovate in Kissing Gorbaciov (Kissing Gorbaciov), lo straordinario documentario del 2023 diretto da Luigi D'Alife e Andrea Paco Mariani.

L'utopia che si fa storia

Il film ricostruisce un'avventura nata nel 1988, quando un gruppo di giovani amministratori locali pugliesi decise di investire sulla cultura per cambiare il proprio territorio. Ispirati dal fermento della Perestrojka sovietica, organizzarono un festival ("Le idi di marzo") portando per la prima volta dei gruppi rock sovietici in Occidente, affiancati da pilastri del rock-punk nostrano come Litfiba e CCCP - Fedeli alla linea - Wikipedia.
L'anno successivo, a pochi mesi dal crollo del Muro di Berlino, il viaggio si invertì: furono i musicisti italiani a imbarcarsi su un traballante aereo della Aeroflot per un surreale viaggio tra Mosca e Leningrado.

Perché vederlo

È un'opera che consiglio a tutti. Il documentario riesce magistralmente a trasmettere la temperatura sociale e politica di un'epoca irripetibile.

       Per chi ha vissuto quegli anni (fine anni '80, inizio anni '90): il film è un viaggio a ritroso fatto di memoria, nostalgia e immagini d'archivio inedite e potenti. Cattura quell'atmosfera di cambiamento universale che si respirava ma, al tempo stesso, restituisce le sfumature e le stranezze specifiche delle realtà geografiche coinvolte, dalla Puglia profonda alle piazze grigie dell'URSS.

       Per chi non li ha vissuti: è una scoperta. Unimmersione. Fornisce uno spaccato della situazione storico sociale in un momento, in degli ambienti e in circostanze unici e irripetibili.

       Se poi siete, o siete stati, appassionati della musica dei CCCP, questo documentario è davvero imperdibile.

domenica, maggio 10, 2026

L’italiano, la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, rischia di ridursi a dialetto

L'inglese sta sostituendo l'italiano nei settori nevralgici della società. Non è più solo una questione di termini alla moda, ma di sopravvivenza culturale. Diventeremo un "dialetto" d'uso domestico?

Barbara Malaisi analizza questo scenario critico nel suo articolo L’italiano che rischia di svanire, dove delinea uno scenario critico per la lingua italiana, che rischia di perdere la sua funzione di lingua di cultura.


L'inglese come lingua "di potere" e l'arretramento dell'italiano

L'analisi evidenzia come l'italiano stia scomparendo dai luoghi dove si produce il futuro: la ricerca scientifica, l'università, l'economia e la tecnologia. In questi ambiti, l'inglese è diventato lo standard assoluto. L'italiano sembra reggere solo nell'istruzione di base, ma crolla non appena si sale verso i livelli più alti della produzione intellettuale.

Citazioni significative a supporto del tema:

  1. Sulla perdita di capacità creativa:
    "Economia, tecnologia, moda e intrattenimento parlano ormai inglese, ma la questione non riguarda soltanto il lessico: si allarga alla capacità di generare idee, immaginari, visioni."
  2. «Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina». È una frase del linguista Max Weinreich che funziona benissimo per spiegare la diffusione del francese, dello spagnolo, del portoghese, del russo e, soprattutto, dell’inglese ma che non funziona per l’italiano, che si è imposto attraverso la forza della letteratura e del prestigio culturale.
    Dante, Petrarca e Boccaccio hanno costruito un modello linguistico che, grazie alla mediazione di
    Pietro Bembo e poi dell’Accademia della Crusca, fondata nel 1583, ha resistito per secoli come punto di riferimento normativo.
    Il Vocabolario della Crusca, pubblicato a Venezia nel 1612, fu il primo dizionario monolingue di un idioma moderno, modello per quelli in francese, spagnolo e tedesco che vennero dopo.
    Un primato di cui, sottolinea Paolo D’Achille, dovremmo andare fieri.
  3. Sull'invasione dei modelli mentali:
    "L’Italia, in questa lettura, non sta soltanto importando parole straniere ma i modelli concettuali che quelle parole portano con sé."
  4. Il paragone storico con il declino del latino:
    "Sopravvive a scuola per l’alfabetizzazione di base ma cede ai livelli più avanzati. È esattamente ciò che accadde al latino nell’età del basso impero: si frantumò lentamente in una costellazione di parlate volgari."
  5. Sull'identità nazionale:
    "Un’ironia amara: si crea un ambiente universitario anglofono per essere più competitivi a livello globale e il risultato è che si formano giovani laureati meglio attrezzati per vivere e lavorare altrove. Il confronto a livello europeo è impietoso.
    Se altri Paesi, come la Spagna o la Francia, hanno istituzioni che svolgono un ruolo attivo nella definizione delle politiche linguistiche e difendono la lingua nei contesti istituzionali,
    in Italia questo livello di intervento non è mai esistito in modo sistematico.
    Le ragioni sono storiche: il peso delle politiche linguistiche del fascismo ha lasciato nel dopoguerra una diffidenza duratura verso qualsiasi forma di interventismo statale sulla lingua. Il cuore del problema tuttavia sono i fenomeni più sottili e meno visibili. Economia, tecnologia, moda e intrattenimento parlano ormai inglese, ma la questione non riguarda soltanto il lessico: si allarga alla capacità di generare idee, immaginari, visioni.
    La lingua non è solo uno strumento di comunicazione. È il modo in cui un popolo pensa, immagina, costruisce il proprio futuro. Perderla o anche solo ridimensionarla significa smarrire una parte di ciò che si è."

Conclusione

L'articolo funge da monito: la lingua è l'architettura del pensiero. Se l'Italia continua a rinunciare alla propria lingua per descrivere la scienza e l'economia, rinuncerà inevitabilmente anche alla propria capacità di pensare in modo autonomo e originale, diventando un fruitore passivo di culture e modelli altrui.

Articolo intero: L’italiano che rischia di svanire.

martedì, aprile 14, 2026

Nella mente di Umberto Eco

Il viaggio in una mente prodigiosa, come poche altre. Così Alessandro Baricco ricordava Umberto Eco.

“Era il più grande. Lo era in uno sport particolare che ad alcuni può sembrare un lusso noioso come il polo. E che invece può essere incantevole. Lo dico senza vergogna. Fare gli intellettuali. Forse ad alcuni sono sfuggite le regole, quindi le ricordo. Si vince quando si comprende, racconta o nomina il mondo. Fine. Periodicamente, in quello sport, arriva a qualcuno che non si limita a giocare da Dio. Quelli entrano in campo, giocano, e quando escono il campo non è più lo stesso. Non nel senso che lo hanno rovinato. Nel senso che, nessuno prima di loro, aveva pensato a usarlo in quel modo. Nessuno aveva visto prima quelle traiettorie, quella velocità, quelle tattiche, quella leggerezza, quella precisione.”

Consiglio l’ascolto di questa serie radiofonica.

martedì, marzo 31, 2026

Oggi ho sentito parlare per la prima volta di cicchetteria. Mi fa piacere che, una volta tanto, invece di usare i soliti triti e ritriti anglicismi, si faccia uso di un po’ di creatività e si affermi un termine attinto dal nostro enorme patrimonio linguistico e dialettale. Ecco come l’intelligenza artificiale definisce la cicchetteria.

Una cicchetteria è un tipico locale, originario di Venezia e diffuso in Veneto, specializzato nel servire cicchetti. Si tratta di osterie informali, spesso chiamate bacari, dove si consumano stuzzichini tipici (cibo a piccole quantità, spesso fritto o su fette di pane) accompagnati da calici di vino (“ombra”) o spritz, mangiando solitamente in piedi o al bancone.

Caratteristiche Principali:
Significato di Cicchetto: Il termine deriva dal latino ciccus (“piccola quantità”), indicando assaggi gastronomici che ricordano le tapas spagnole.
Contesto: È il luogo ideale per l’aperitivo veneziano o uno spuntino veloce, frequentato sia da locali che da turisti.
Cibo Tipico: Mozzarella in carrozza, baccalà mantecato, sarde in saor, polpette di carne o pesce, e folpetti.
Atmosfera: Informale, conviviale e radicata nella tradizione, spesso senza sedie né tavolini, ideale per un’esperienza di “bacaro tour”.

mercoledì, marzo 11, 2026

Riflessioni sull'uso politico della famiglia del bosco

Dicono di difendere i bambini ma li usano per attaccare giudici e istituzioni.È questo il vero scandalo.
I fatti precisi non sono noti a me, né a voi che leggete, né ai politici, né alla Presidente del Consiglio. Sono noti solo ai pochi tecnici che li hanno valutati in base alla legge. E tali devono rimanere. “Nessuno dovrebbe saperne nulla perché ci sono di mezzo dei minori.”
Eppure tutti parlano. Tutti pontificano. Tutti usano parole come bambini, amore, famiglia mentre fanno tutt’altro.
In questo podcast, Luca Bizzarri fa una cosa ormai rarissima: rifiuta di commentare fatti che non conosciamo, ma parla dell’uso politico di una vicenda che coinvolge minori.
Mi trovo d’accordo con lui parola per parola.
“Qui non si sta difendendo nessun bambino, si sta usando la parola bambini per fare un’altra battaglia.”
Il punto non è chi abbia ragione, ma chi sta violando le regole:
– chi attacca i giudici senza conoscere i fatti
– chi trasforma una vicenda coperta da segreto in propaganda
– chi finge di difendere i minori mentre li sbatte in prima pagina

Chi parla di amore e famiglia calpesta il primo diritto da difendere: quello dei ragazzi a non diventare propaganda.
“Non c’è niente di più osceno di un adulto che dice di proteggere un minore nel momento esatto in cui lo espone.”
Uno Stato di diritto serve anche a questo. Il resto è solo rumore e bieca propaganda.


Ep.824 - La famiglia sui giornali

martedì, febbraio 24, 2026

Matteo Salvini e Giorgia Meloni: ovvero come passare da “io sto col poliziotto” a “io sto coi poliziotti che arrestano la mela marcia”.

In vista dell’imminente referendum, come potevano lasciarsi scappare quell’occasione per screditare la magistratura?
È giù ad accusare i giudici di perseguitare chi la legge la difende!
“Un agente spara a uno spacciatore che gli puntava una pistola e viene indagato per omicidio volontario”, aveva detto la presidente del consiglio Giorgia Meloni sottintendendo l’inopportunità dell’azione della magistratura.
Quello copiato di seguito è, invece, un brano della recente nota della presidente del Consiglio.
Ecco a che cosa servono le indagini dei giudici, signora presidente del consiglio. Servono ad appurare se le storie raccontate da presunti innocenti corrispondano ai fatti realmente accaduti.

"Gli inquirenti ipotizzano che questo crimine sia legato a dinamiche connesse allo spaccio di sostanze stupefacenti, nelle quali sarebbe coinvolto anche l’agente di Polizia che ha sparato. Se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini, ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione e della dignità e onorabilità delle nostre Forze dell’Ordine"

domenica, febbraio 15, 2026

Il prezzo umano del suicidio fascista

I brani della lettera, copiati di seguito, che Benito Mussolini inviò ad Adolf Hitler il 25 agosto 1939, mostrano un fatto spesso dimenticato: non solo i suoi generali, ma anche Mussolini sapeva perfettamente che l’esercito italiano non era pronto alla guerra contro Francia e Gran Bretagna.

Pochi mesi dopo, però, Mussolini cambiò idea: i tedeschi stavano sbaragliando le truppe anglo francesi e lui deve aver pensato che la morte di qualche migliaio di italiani sarebbe stata risarcita con cospicue conquiste territoriali.
Il risultato fu:

– una guerra persa
– territori persi
– colonie perse
– oltre 300.000 militari italiani morti
– più di 150.000 civili italiani uccisi
– il paese umiliato e relegato a ruolo di satellite

A prescindere da tutto il resto, basterebbero questi fatti per consegnare Benito Mussolini alla storia come il peggiore statista che l’Italia abbia mai avuto.
Eppure, ancora oggi qualcuno continua a osannarlo in nome di un presunto patriottismo.

“Führer, rispondo alla Vostra lettera che mi è stata consegnata in questo momento dall’Ambasciatore Mackensen.

4) Per quanto concerne la Polonia, io ho la perfetta comprensione della posizione germanica e del fatto che una situazione così tesa non può durare all’infinito.
5) Per quanto riguarda l’atteggiamento pratico dell’Italia, nel caso di un’azione militare, il mio punto di vista è il seguente:
–Se la Germania attacca la Polonia e il conflitto rimane localizzato, l’Italia darà alla Germania ogni forma di aiuto politico, economico che le verrà richiesto.
–Se la Germania attacca la Polonia e gli Alleati contrattaccano la Germania, Vi prospetto l’opportunità di non assumere io l’iniziativa di operazioni belliche date le attuali condizioni della preparazione militare italiana ripetutamente e tempestivamente segnalate a Voi, Führer, e a von Ribbentrop. Il nostro intervento può tuttavia essere immediato se la Germania ci darà subito i mezzi bellici e le materie prime per sostenere l’urto che i franco-inglesi dirigeranno prevalentemente contro di noi …”