mercoledì, settembre 09, 2026

L'abbaglio che nasconde i veri padroni del gioco

Di chi è la colpa se le forze populiste e radicali continuano ad avanzare? Della sinistra che ha perso il contatto con la gente e rincorre utopie? Della mancanza di programmi concreti? O c'è sotto qualcosa di molto più grande?

Queste sono le domande su cui mi sono trovato a riflettere durante una conversazione con alcuni amici sui recenti risultati elettorali e sul clima politico che si respira in Europa. Ne è venuta fuori una conversazione che mi ha spinto a mettere in ordine un po' di idee.




Parto dalla conclusione, per chi ha poco tempo e vuole andare subito al punto:
È giusto fare autocritica e pretendere che la propria parte politica funzioni meglio. Ma se ogni volta ci limitiamo all'ipercritica distruttiva o al disincanto dell'astensionismo, finiamo per comportarci come i famosi capponi di Renzo: invece di allearci contro chi ci tiene appesi per i piedi, continuiamo a beccarci tra di noi.

Per chi ha voglia di approfondire, ecco la versione estesa.

La gabbia invisibile: come la Rete è diventata un'arma geopolitica


Se proviamo a fare un passo indietro e a guardare il quadro generale, l'evoluzione del dibattito pubblico negli ultimi trent'anni segue una traiettoria abbastanza precisa:

  • L'illusione dell'anarchia felice: Negli anni '90, agli albori di Internet, i governi occidentali scelsero di lasciar crescere la rete senza regole. Non sappiamo se per ingenuità, buona fede o semplice incapacità di capirne il potenziale.

  • Dalla democrazia al controllo: Quella struttura aperta che all'inizio del Millennio sembrava la massima promessa di libertà globale (pensiamo all'entusiasmo per le reti sociali durante le Primavere Arabe) si è progressivamente trasformata in uno strumento capillare di manipolazione politica e polarizzazione.

  • L'era dei monopolisti: La totale assenza di regolamentazione ha spianato la strada a pochissimi giganti tecnologici. Oggi questi oligarchi hanno accumulato un potere finanziario, conoscitivo e infrastrutturale che supera di gran lunga quello di molti Stati nazionali.

Quando singoli individui gestiscono patrimoni paragonabili al PIL di un paese medio-grande e controllano sia le reti di comunicazione di massa sia le infrastrutture satellitari o i software di intelligence militare, le regole del gioco democratico cambiano radicalmente.

Un campo di gioco distorto

A fronte di tutto questo, ha ancora senso addossare l'intera responsabilità dell'avanzata dei populismi solo agli errori dei singoli partiti tradizionali?

Certo, le responsabilità della politica democratica ci sono e sono enormi: spesso si è dimostrata miope, distante dai bisogni quotidiani e incapace di proporre visioni pragmatiche. Ma va riconosciuto che il campo di gioco è diventato profondamente asimmetrico. Se persino le istituzioni di una superpotenza faticano a contenere la capacità dei gigacapitalisti di orientare la percezione pubblica attraverso gli algoritmi, pensare che il problema si risolva solo cambiando un paio di leader politici locali è un'illusione.

La domanda fondamentale: Chi controlla il controllore?

Arrivati a questo punto della discussione, qualcuno ha fatto posto domanda comprensibile: Se cerchiamo una soluzione attraverso regole e contrappesi istituzionali, non rischiamo di creare un "Grande Fratello" governativo? Chi controlla il controllore?

È un dubbio lecito. Ma la contro-domanda sorge spontanea: chi controlla oggi i padroni della rete?

Al momento, la risposta è: nessuno.

In un contesto globale in cui gli Stati Uniti scivolano verso un modello sempre più oligarchico e potenze autocratiche come la Cina usano la tecnologia per il controllo sociale diretto, l'unica entità continentale che conserva la forza (e il mercato) per imporre regole a tutela dei cittadini rimane l'Unione Europea.

Nonostante la sua burocrazia e i suoi difetti, l'Europa è l'unica ad aver tracciato confini normativi importanti: dal GDPR sulla tutela dei dati personali fino alle prime regolamentazioni mondiali sull'intelligenza artificiale.

Volendo chiudere con un pizzico di ironia: di fronte all'ipotesi di essere "orientato" da un algoritmo invisibile, preferirò sempre che a vigilare su quel codice sia un'istituzione democratica con un parlamento eletto, anziché il capriccio del miliardario di turno.

Voi che ne pensate?

giovedì, agosto 27, 2026

Un mio articolo su MaddMaths!: Pitagora, il fabbro e la scala stonata

Come nasce la teoria matematica della musica? In che modo l’astrazione dei numeri si scontra con le imperfezioni della realtà fisica e dell'acustica?

Un mio nuovo articolo intitolato:



Pitagora, il fabbro e la scala stonata: tra matematica, acustica e mito 

è uscito oggi su Maddmaths! | Matematica Divulgazione Didattica (il sito di divulgazione matematica promosso dalla SIMAI e dall'IAC-CNR) 




Di che si tratta?

Attorno alla figura di Pitagora si sono stratificate nei secoli leggende affascinanti: dai martelli dell'incudine del fabbro alle presunte esperienze acustiche sul monocordo. Nel pezzo cerco di smontare alcuni anacronismi storici e scientifici, analizzando da vicino la nascita del celebre comma pitagorico: quello scarto acustico microtonale (23 centesimi di tono) che impedisce al ciclo delle 12 quinte di chiudersi perfettamente sulle 7 ottave.

Il testo affronta un interrogativo: la scoperta di questa discrepanza fu un'intuizione empirica o una deduzione puramente teorico-numerica?

Legami con "Il mistero del suono senza numero"

Per chi ha letto il mio libro, ritroverà le atmosfere filosofico-musicali che animano le pagine del romanzo. È un approfondimento pensato sia per gli appassionati di storia della matematica, sia per gli insegnanti in cerca di spunti didattici da portare in classe.

Grazie alla redazione di MaddMaths! per lo spazio e l'accoglienza.

Potete leggere l'articolo completo direttamente su MaddMaths!:

📖 Pitagora, il fabbro e la scala stonata: tra matematica, acustica e mito 

venerdì, agosto 21, 2026

L'analfabetismo sanitario (e non solo) che la politica non vuole affrontare

L'articolo di Matteo Bassetti prende le mosse dal fatto di cronaca della morte per sospetta difterite di una bambina di quattro anni, non vaccinata perché i genitori temevano un legame (ampiamente smentito dalla scienza) tra i vaccini e l'autismo.


Il dott. Bassetti denuncia come il vero problema di fondo sia l’analfabetismo sanitario, ossia l'incapacità diffusa di distinguere tra:

  1. Una prova scientifica e una semplice opinione.
  2. Un rischio reale e una leggenda metropolitana.
  3. Una raccomandazione di salute pubblica e una presunta limitazione della libertà individuale.

Altri punti dell'analisi

Responsabilità dei governanti
una parte della classe politica evita di affrontare il tema dell'educazione sanitaria e delle coperture vaccinali per calcolo elettorale, preferendo non scontentare le frange esitanti o complottiste.

Il costo
Questo analfabetismo ha un prezzo per tutti, che si paga con vite umane, pressione sugli ospedali e bilancio dello Stato.

La scorciatoia
È più facile per la propaganda o per certi movimenti costruire un "nemico" (il medico di regime, la multinazionale farmaceutica, l'obbligo imposto) piuttosto che spiegare i dati scientifici, fare corretta informazione e investire in prevenzione.

Quando i governanti rinunciano a fare prevenzione per non perdere consenso, il conto viene pagato dai più fragili.

L'analfabetismo sanitario che la politica non vuole affrontare

Il pallone nel bosco degli elfi

Oggi, mentre camminavo in escursione solitaria costeggiando il bosco, ho sentito un rumore alle mie spalle. 
Mi volto e vedo un vecchio pallone semisgonfio cadere dal bosco verso il sentiero. Mi fermo per qualche istante, mentre il pallone rotola giù per la discesa, ma non vedo né sento nulla. Per tutto il cammino di due ore e mezza non ho incontrato neppure un essere umano.

Ho tre possibili spiegazioni. Voi quale scegliereste?


1. È stato un monito degli spiriti del calcio per rammentarmi la mia scarsità, manifestatasi fin da bambino, quando rimanevo sempre tra gli ultimi due nelle selezioni per formare la squadra di calcio di strada. Monito volto a impedirmi di cimentarmi nell’imminente partitella post-grigliale di sabato.

2. Qualcuno (un elfo?) era nascosto tra le frasche ad aspettare il primo passante su cui esercitare il simpatico scherzetto.
 
3. La più prosaica e probabile. Il pallone era rimasto impigliato in un ramo e una folata di vento lo ha fatto cadere.








mercoledì, agosto 12, 2026

Dialogo sulle narrazioni pitagoriche

Di recente Paolo Alessandrini mi ha coinvolto in una conversazione con l’insegnante di fisica Cristina Sbarra.
La sua domanda riguardava alcuni aspetti relativi alle narrazioni ispirate alla scuola pitagorica e alla figura di Pitagora. Di seguito, riporto la mia risposta.

Premessa su Pitagora

Dal punto di vista strettamente storico, sulla figura di Pitagora abbiamo pochissime certezze. Pitagora non scriveva o, perlomeno, non ci è pervenuta alcuna testimonianza scritta dai pitagorici del VI sec a.C. Le testimonianze più articolate su Pitagora che ci sono pervenute (come quelle di Giamblico, Porfirio o Diogene Laerzio) risalgono a molti secoli dopo la sua morte. A questo proposito, ti segnalo un lavoro fondamentale dello storico della scienza americano Alberto A. Martínez, The Cult of Pythagoras: Math and Myths, in cui viene riassunto con grande rigore ciò che è storicamente documentato e ciò che appartiene al mito. Solo per farti un esempio, ho copiato qui una tabella dal suo libro che mostra l’evoluzione della narrazione intorno al teorema di Pitagora.

La certezza storica riguarda soprattutto l’esistenza della scuola pitagorica, ma si hanno dubbi persino sull’esistenza dell’uomo Pitagora. Anche se a me verrebbe da pensare: è possibile che qualcuno abbia costruito artificialmente questo caposcuola?

Questa premessa potrebbe far pensare che io sostenga l’impossibilità di scrivere storie su Pitagora. Ovviamente non è così. Io stesso ho scritto una narrazione ispirata alla scuola dei pitagorici in cui compare lo stesso Pitagora insieme al suo migliore allievo, Ippaso. Per questo tipo di narrazioni, la tradizione, pur con tutte le sue stratificazioni leggendarie, è una miniera d'oro.




Quando ho scritto Il mistero del suono senza numero, mi sono basato proprio sui racconti della tradizione, cercando però di rielaborarli in modo da renderli coerenti con la realtà storica, scientifica e acustica.

Un esempio è la celebre leggenda di Pitagora che scopre i rapporti armonici mentre camminava vicino alla fucina di un fabbro. È probabile che la scoperta sia avvenuta davvero in quel modo? Credo di no. Ma ciò implica che la leggenda non possa essere usata in una narrazione che miri alla verosimiglianza? Non necessariamente. Il compito del narratore che miri alla verosimiglianza dovrebbe essere quello di filtrare la tradizione attraverso coerenza storico-scientifica.

Nella scena della fucina, la tradizione tramanda che l'altezza dei suoni dipendesse dal peso dei martelli. Tuttavia, se analizziamo l’affermazione da un punto di vista acustico, ci rendiamo conto che il suono emesso non può dipendere dalle dimensioni del martello: le vibrazioni della testa del martello vengono smorzate quasi istantaneamente dal manico e dalla mano. Il suono che percepiamo è, invece, prodotto dalla vibrazione dell'incudine! E la dimensione del martello non può influire sulla frequenza (l'altezza della nota). Semmai influisce sull'ampiezza dell'onda (cioè sul volume). Altrimenti sarebbe come come sostenere che l'altezza delle note di un pianoforte dipenda dalla stazza dei martelletti anziché dalla lunghezza e tensione delle corde.

Così nella mia narrazione ho scelto di rispettare la storia della tradizione ma correggendone la fisica: ho inserito quindi una scena in cui Pitagora conduce esperimenti con i suoi discepoli, in cui dimostra che la consonanza o dissonanza tra i suoni dipende dalla dimensione delle incudini e smentisce l'ipotesi (errata) dello scolaro secondo cui l'altezza dipenderebbe dal martello.

In sintesi, credo che il presupposto per una buona narrazione su Pitagora sia: prendere spunto dalla tradizione, ma filtrarla attraverso la verosimiglianza storico-scientifica. Inoltre, potrebbe essere molto utile aggiungere in prefazione o postfazione una nota che chiarisca al lettore il confine tra storia, leggenda e finzione narrativa.

Dopo l'uscita del libro nel 2017 ho continuato la ricerca e svolto diversi incontri nelle scuole in cui coinvolgo i ragazzi in esperimenti matematico-musicali attraverso la misura delle corde. Certamente, con le conoscenze acquisite in seguito, oggi modificherei alcuni passaggi del libro, ma nella narrativa occorre accettare un compromesso: la ricerca della coerenza storica assoluta rischierebbe di paralizzare la scrittura.

Se ti interessa approfondire, ti lascio il link a un mio articolo pubblicato sulla rivista Archimede, I PITAGORICI E IL MISTERO DEL SUONO SENZA NUMERO Pitagora e la musica dell’universo, dove sviluppo alcuni delle considerazioni precedenti, riporto indicazioni bibliografiche per approfondire ulteriormente e, alla fine descrivo pure un po’ dettagliatamente il tipo di lezione che posso organizzare nelle scuole.

Ho trattato argomenti simili anche sul mio blog Pitagora e dintorni ma in modo un po’ più giocoso e meno rigoroso. In particolare, questa è la lista di articoli in cui compare, anche marginalmente, Pitagora

Domanda sul comma pitagorico e su come narrare la sua scoperta:

La tua intuizione narrativa è molto interessante. Ecco alcune mie considerazioni basate sulle mie limitate competenze storico-matematico-musicali.

1. L'orecchio umano e la discrepanza - Il comma pitagorico equivale a circa un quarto di semitono (23,46 cent). Visto che un orecchio umano allenato dovrebbe riuscire a percepire variazioni di circa 10 cent, due note a questa distanza suonate contemporaneamente vengono sicuramente percepite come una stonatura. Sicuramente generano i famigerati battimenti (da trombonisti lo sappiamo bene!😊). La percezione è invece più difficile se i suoni sono ascoltati in successione temporale o peggio ancora, se si confrontano a distanza due intere scale (pitagorica e temperata). Per percepire una differenza in quei casi serve davvero un orecchio molto sensibile e allenato.

2. Il limite del monocordo e la genesi della scoperta - Sul monocordo, riportare 12 quinte pure (3/2) per confrontarle con 7 ottave (2/1) mediante la sola divisione della corda presenta un grande limite fisico: l'errore di misurazione manuale accumulato in 12 passaggi finirebbe per coprire il comma stesso.
Per questo sono abbastanza convinto che la scoperta sia nata prima di tutto da considerazioni teorico-numeriche:
  • L'ipotesi: I pitagorici cercavano la "chiusura del cerchio", sperando che un numero n di quinte pure coincidesse con un numero m di ottave.
  • La prova aritmetica: Come hai giustamente notato, tali interi n e m non esistono. Se si procede salendo di 12 quinte e scendendo di 7 ottave, ci si scontra con il fatto che 3^12 ≠ 2^19. Se i pitagorici avessero conosciuto il teorema fondamentale dell'aritmetica, non avrebbero nemmeno dovuto fare i calcoli! 🙂
  • La verifica acustica: Il tentativo di riportare questi numeri sul monocordo serve da conferma, ma sconta sempre l'imprecisione della misura pratica.
3. Il difetto meccanico e il nodo della voce umana - L'idea che Pitagora ipotizzi inizialmente un difetto dello strumento (il ponte mobile posizionato male, difetti della corda, ecc.) e ricostruisca il monocordo più volte è una buona intuizione narrativa: rappresenta perfettamente la resistenza dello scienziato di fronte a un fatto controintutivo.

Sulla voce umana, invece, nutro qualche dubbio che possa servire da controprova di precisione:
  • Una voce esercitata tende naturalmente verso gli intervalli puri e corregge inconsciamente i micro-difetti di intonazione.
  • Se anche si facesse cantare al cantore il giro delle 12 quinte (riabbassando di volta in volta la nota nell'ottava comoda per non uscire dal registro vocale), l'instabilità fisiologica della voce (pressione dell'aria, vibrato, affaticamento) accumulerebbe un errore nettamente superiore ai 23 centesimi del comma, mascherando il dato matematico.
In conclusione: Credo sia storicamente e scientificamente più plausibile che i Pitagorici si siano accorti della "non chiusura" della scala attraverso l'aritmetica, per poi scontrarsi con i limiti della materia nel cercare di riprodurlo sul monocordo.

Possibili alternative per proseguire la narrazione: dopo la scoperta attraverso considerazioni teorico-numeriche, potresti inserire una diatriba tra chi è sicuro della discrepanza, vista la supposta superiorità dei numeri sulla realtà stessa, e chi, invece, ipotizza un errore, magari nei calcoli numerici. Quindi organizzano comunque una prova per verificare, dove le due fazioni si scontrano e fanno il tifo. Dopo le prime difficoltà di misurazione e di intonazione, riprovano, affinando il più possibile gli strumenti di misura e andando a ricercare uno di quei rari cantori dotati della facoltà dell’orecchio assoluto. A quel punto forse si potrebbe ipotizzare la verosimiglianza degli eventi. E avresti pure inserito una certa tensione narrativa aggiuntiva.
La conclusione potrebbe essere:
  • o che si rendono conto delle difficoltà nel creare un esperimento affidabile e continuano ad affidarsi alla sola teoria;
  • oppure confermano la discrepanza attraverso qualcosa di simile:

  • Non usano la voce per misurare il comma, ma per verificare l'effetto acustico della stonatura. Cioè:
    • Pitagora accorda due corde sul monocordo: una di riferimento e l'altra ottenuta dalla prima dopo le 12 quinte verso l’alto e le 7 ottave verso il basso (3^12/2^19).
      (Sale di una quinta, con una corda di lunghezza 2/3 e, se la nota supera l'estensione dell'ottava di partenza, scende di un'ottava con una corda di lunghezza doppia)
    • Poi chiede al cantore dotato di orecchio assoluto di intonare un unisono con la prima corda e poi di cantare insieme alla seconda corda.
    • Il cantore proverà una sensazione fisica di disagio. Oppure, se canterà sull’intonazione delle prima corda mentre Pitagora pizzica la seconda, percepirà i battimenti (il tipico sfarfallio acustico della stonatura) e cercherà istintivamente di sforzare la laringe per adattare la nota e raggiungere la consonanza.

giovedì, luglio 23, 2026

La ricreazione è finita

Romanzo consigliatissimo. Tra i migliori che io abbia letto negli ultimi anni. Contiene un’esilarante descrizione del mondo accademico attuale, vissuto in prima persona e una ricostruzione dell’ambiente dei movimenti extraparlamentari degli anni 70 in un contesto di provincia.

“La minoranza dei vecchi bacucchi autoritari si arroccò e si chiuse ancor più nel vecchio dispotismo, con l’esito di esser percepiti ogni giorno di più come vestigia di un passato di cui disfarsi senza troppi rimpianti. La maggioranza dei professori cercò invece di tenere il passo del nuovo corso, di assecondarlo, di raffazzonare una didattica più dialogica, più libera, meno autoritaria, meno paternalista: il risultato fu ancora peggiore. Non solo non riconquistarono i facinorosi per cui ogni autorità era in sé maligna, ma persero anche il rispetto degli studenti, specie i più piccoli, che avevano bisogno di punti di riferimento e di qualcuno che tenesse la barra dritta. I professori che tentarono di seguire il flusso della contestazione furono i primi a naufragare: ci misero pochissimo a perdere prima autorità, poi slancio, infine identità. I loro sguardi si spensero, le lezioni divennero stanche, i voti si alzavano senza una logica comprensibile, se non quella per cui gli insegnanti si erano stancati di essere contestati.”

La verità richiede pazienza: Evitiamo di sparare sentenze prima che la giustizia abbia fatto almeno parte del suo lavoro

Dovremmo smetterla tutti di sparare sentenze prima che la giustizia abbia fatto almeno parte del suo lavoro. E dovremmo smetterla soprattutto noi semplici cittadini. Che lo facciano alcuni politici avvezzi allo sciacallaggio è una triste certezza. Ma che senso ha, per noi cittadini, schierarsi a spada tratta quando nessuno di noi sa come siano andate esattamente le cose? Uno spezzone di video non sostituisce un’indagine.
Bisogna imparare ad avere pazienza. Ci sono istituzioni preposte ad appurare la verità e bisogna saper aspettare. Vale per il recente caso di Abderrahim Fakir, come per qualunque altra vicenda giudicata a furor di popolo e di reti sociali.
Alcuni politici sfruttano queste situazioni per i loro biechi tornaconti elettorali, cercando di manipolare i fatti e le nostre opinioni. Molta stampa lo fa per aumentare le vendite. Sta a noi non cadere nel tranello

Trombone basso

Dopo la caduta accidentale del mio trombone e il danno consistente che richiederà qualche mese per la riparazione, ho deciso di sfruttare l’unica opportunità positiva che questa situazione mi offriva, noleggiando un trombone basso per poter finalmente verificare se la mia impostazione da trombone tenore si adatterà facilmente a questo strumento diverso.

La spedizione è appena arrivata ieri. Se tra i lettori dovesse esserci qualche trombonista che ha vissuto un passaggio simile, apprezzerei consigli.