giovedì, luglio 12, 2007

Armonia celeste e dodecafonia

La tesi centrale di questo libro è che la principale responsabile del divario apertosi tra il pubblico e i compositori dell'ultimo secolo sarebbe la dodecafonia: tecnica compositiva che avrebbe abrogato, non solo la coloritura armonica e gli sviluppi melodici, ma anche la stimolazione di reazioni fisiche ed emotive, privilegiando la novità ad ogni costo rispetto alla bellezza. Per sostenere la sua tesi l'autore, Andrea Frova, professore di Fisica Generale e musicofilo, si basa su una serie di risultati scientifici relativi alla nostra percezione soggettiva della musica. Risultati relativi a diversi ambiti scientifici che vanno dalla formazione del suono negli strumenti musicali - tra cui anche la voce umana - all'analisi delle informazioni musicali che giungono al nostro cervello.
Un articolo che viene citato, molto interessante per chi abbia delle nozioni di musica e matematica, è il primo articolo di carattere musicale pubblicato dalla prestigiosissima rivista scientifica Science nel 2006: THE GEOMETRY OF MUSICAL CHORDS.
Frova usa un linguaggio immediato, diretto e comprensibile: ben distante dagli astrusi tecnicismi e dall'oscuro gergo dei critici musicali comprensibile solo ai loro colleghi. Consiglio il libro, soprattuto la prima parte, non solo a chi è nutre già degli interessi in materia, ma anche a chiunque volesse imparare qualcosa sulla nascita del sistema dell'armonia tonale (quello usato più o meno dal XVI sec. d.C. fino ad oggi in quasi tutta la musica occidentale) e alla sua evoluzione storica. Non è necessario essere dei musicisti per leggerlo.

Attraverso questo libro ho appreso nuove conoscenze relative alla fisica dei suoni e persino sulla fisica del mio amato trombone. Ho letto inoltre di correnti musicali del '900 che non avevo mai sentito neppure nominare: musica microtonale, musica aleatoria, musica algoritmica, musica concreta, rumorismo, puntillismo, musica dell'immaginario cosmico, musica politicamente condizionata.

Altra citazione interessante è quella dell'organo naturale di Paolo Diodati basato sull'emissione acustica nelle rocce presso il vulcano di Stromboli.

Particolarmente interessante per me è stato anche l'articolo di Zanette: Zipf's law and the creation of musical context. Avevo lavorato con la legge di Zipf durante la mia attività di ricerca nell'ambito dell'Information Retrieval.
Il contesto della legge di Zipf è quello dell'analisi di un testo, ad esempio un romanzo. Se si ordinano i termini a seconda del loro numero di occorrenze nel testo, al primo posto ci sarà il termine che occorre più spesso. Semplificando, Zipf dice che se n(r) è il numero di occorrenze del termine che sta al posto r nella classifica, quando r è sufficientemente grande vale la relazione n(r)~1/r. Quindi il termine che sta al centesimo posto dovrebbe occorrere con una frequenza circa 10 volte maggiore rispetto al termine che sta al millesimo posto. Zanette trasporta in musica il modello di Zipf e introduce il contesto musicale definendo l'equivalente di un termine testuale come una nota caratterizzata da altezza e durata. In questo contesto analizza quattro composizioni di: Bach, Mozart, Debussy e Schönberg e mostra che da un punto di vista funzionale tutte seguono la legge di Zipf, però sussistono delle differenze da un punto di vista quantitativo: il pezzo dodecafonico di Schönberg dà luogo a risultati molto diversi da quelli di tutte le altre composizioni indicando la presenza di un lessico poco compatto e di un contesto instabile.

6 commenti:

ubik ha detto...

Interessante la lettura di questo libro. Credo che per me risulti troppo specifico. Però quello che scrivi mi incuriosisce, infatti la tesi sostenuta da Fova mi offre lo spunto per dire che anche nell'arte (almeno quella che si riesce a seguire) oggigiorno è la novità ad essere il solo motivo d'interesse: installazioni, body art, perfomance, etc. etc. sembrano che vogliano stupire e basta. Mentre altre opere del passato ci parlano tutt'ora e le guardiamo con piacere. Non vale per tutti ovvio (Chagall, Picasso, Burri non appartengono a questa categoria) ma uno mediamente informato e piacevolmente interessato alla forma pittorica o figurativa oggi come oggi non ricorda nessuno degno di nota (magari Cattelan per le polemiche) e per quanto mi riguarda Anselm Kiefer.
Per la musica vale lo stesso discorso (sempre personalmente): di Luigi Nono non riesco a sopportare la musica però Schönberg mi piace moltissimo e anche Ligeti, (che tu mi hai fatto conoscere), John Cage...insomma non sono ascolti semplici ma quando li ascolto mi piacciono e li reputo belli. Tu invece cosa ne pensi della tesi del libro?

dioniso ha detto...

Purtroppo sia la musica che le arti figurative contemporanee richiedono quasi sempre delle conoscenze da parte del fruitore. Spesso il godimento di fronte all’opera d’arte non è immediato, ma implica che il fruitore conosca il “disegno” che c’è dietro l’opera. A volte mi capita di non capirlo.
Schönberg ad esempio non riesco ad apprezzarlo molto, soprattuto nella fase dodecafonica. È partito dal voler rompere con le forme tradizionali del passato ed è arrivato a creare una formula molto più rigida di quelle con lo svantaggio di essere svuotante e antiestetica.
Ligeti e Arvo Pärt mi piacciono. Ma il musicista del ‘900 che più apprezzo è sicuramente il sommo Igor Stravinskij. Lui sì che riesce a rinnovare il linguaggio musicale facendo assurgere il ritmo e il timbro ai livelli espressivi degli altri due elementi musicali prima di lui predominanti: armonia e melodia. I suoi giochi di timbro e ritmo sono secondo me ineguagliabili. Un magistrale esempio lo si trova ne “La sagra della primavera”, che secondo me è il capolavoro della musica del ‘900. Stravinskij riesce inoltre a utilizzare tutti i linguaggi e le grammatiche musicali allora disponibili come un magistrale artigiano. Parte dalla tradizione russa (L'uccello di fuoco), ma usa con eguale dimestichezza le innovazioni: poliritmia, poliarmonia, dodecafonia, musica jazz (Dumbarton Oaks) ecc. Ma riesce anche ad usare in chiave postmoderna i linguaggi del passato senza gettare tutto alle ortiche: stilemi pergolesiani (Pulcinella), Čaikovskijani (The Fairy's Kiss), verdiani (Oedipus rex), ecc.

dioniso ha detto...

... quasi dimenticavo. Mi è arrivato il DVD. Grazie di cuore!

ubik ha detto...

Ecco Stravinsky lo dimenticavo, ma a questo punto brevemente aggiungo: e Bartok dove lo mettiamo? Il suo mescolare sapientemente arte popolare e tzigana con musica colta?

dioniso ha detto...

Di Bartok mi piace molto Il mandarino meraviglioso.
Però il sommo secondo me è Stravinskij ;-)

ubik ha detto...

Io tra i due non so proprio chi scegliere, ma si tratta di percezionie sensibilità personali. Dimenticavo Shostakovich (le sinfonie mi piacciono tutte).