Un diario con divagazioni su varie mie passioni. Tra le quali la musica, la matematica, la scrittura, la cucina, i viaggi, la Germania e i balli popolari del centro-sud Italia.
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venerdì, gennaio 05, 2024
I pochi privilegiati la cui nave della vita riesce a evitare uragani e tempeste
Aureliano si era fatta l’idea che Tiberio appartenesse a quella categoria di pochi privilegiati la cui nave della vita riusciva a evitare quasi costantemente uragani e tempeste, navigando inconsapevolmente di bonaccia in bonaccia. Quella categoria gli sembrava caratterizzata da doni ricevuti attraverso imprevedibili casualità genetiche, con risultante positività naturale di pensiero, e da un susseguirsi di semialeatorietà favorevoli, conseguenze più o meno indirette della precedente caratteristica.
martedì, agosto 13, 2013
Insoddisfazioni
Entrò nell'ambulatorio che ormai da anni visitava almeno una volta al mese. Molto tempo era trascorso dall'inizio della storia che gli aveva irreversibilmente cambiato la vita. Sicuramente il più importante tra tutti gli eventi per cui lui registrava un prima e un dopo. L'infermiera che più spesso gli prelevava il sangue era una signora di mezza età. Magra e minuta, con il volto sghembo e rigato da rughe. Indossava sempre scarpe da ginnastica con la suola spessa e basculante. Forse per far fronte alle lunghe ore trascorse in piedi. L'impressione che Fosco ebbe quando la vide per la prima volta fu quella di una persona arcigna e scontrosa. I loro dialoghi si limitavano solitamente ai saluti e alle domande essenziali di carattere tecnico. Un giorno Fosco assistette a una telefonata in cui la signora veniva maltrattata da un paziente. Ebbe l'impressione che si trattasse di un paziente eccellente. E la signora dovette scusarsi ripetutamente. In quel momento Fosco percepì una forte empatia per quella signora spigolosa e infaticabile. La volta successiva le portò una scatola di cioccolatini. Poi le cose ripresero come sempre. Un'altra volta, durante l'innumerabile nuovo prelievo di sangue, Fosco sconfinò dalla solita comunicazione essenziale dicendosi affascinato da come si potesse riuscire a bucare una vena con un ago senza trafiggere la parte inferiore della stessa. La signora si mostrò lusingata e gli spiegò un po' la tecnica.
- Sono furiosa - sibilò ella chiudendo la porta alle spalle della giovane.
La signora ignorò la domanda prendendo a frugare a testa bassa tra provette, aghi e tubicini.
- Un bel respiro - disse infine l'infermiera dopo aver stretto il laccio emostatico al braccio di Fosco. - Un bel respiro e ci prendiamo il tempo che ci vuole -. Sorpreso dall'inconsueto commento Fosco non si accorse neppure che il suo sangue stava già affluendo nella provetta. - Lei lavora in proprio? - chiese la signora dopo aver aspirato le solite tre o quattro provette.
Quel giorno invece, dopo la solita attesa sulla poltrona da prelievo, Fosco vide la signora entrare mentre parlava in tono concitato con una sua giovane collega.
- Sono furiosa - sibilò ella chiudendo la porta alle spalle della giovane.
- Come mai? - chiese Fosco.
La signora ignorò la domanda prendendo a frugare a testa bassa tra provette, aghi e tubicini.
- Un bel respiro - disse infine l'infermiera dopo aver stretto il laccio emostatico al braccio di Fosco. - Un bel respiro e ci prendiamo il tempo che ci vuole -. Sorpreso dall'inconsueto commento Fosco non si accorse neppure che il suo sangue stava già affluendo nella provetta. - Lei lavora in proprio? - chiese la signora dopo aver aspirato le solite tre o quattro provette.
- No, ma molto spesso lavoro da casa. Solo che ora mi trovo un po' più distante. Ci siamo trasferiti nel nuovo quartiere in costruzione.
- Ah, ho sentito che è un bel quartiere. Anche il mio ex-capo si è comprato una casa lì.
- Sì, infatti siamo piuttosto soddisfatti.
- Sono proprio contenta che lei sia soddisfatto... Nonostante la storia che ha vissuto. Io sono circondata da gente insoddisfatta. E non ne posso più di sentire lamentele. Hanno tutto e si lamentano!
- Eh, quella storia vissuta purtroppo ha portato con sé anche altre conseguenze. Ma che possiamo fare se non goderci almeno quello che ci resta?
- Vede? Ero furiosa e parlare con lei mi ha rasserenato.
- Mi fa piacere - rispose Fosco arrossendo mentre anche il volto della signora si colorava. - Buona giornata e grazie.
- È stato un piacere. Buona giornata anche a lei.
- Ah, ho sentito che è un bel quartiere. Anche il mio ex-capo si è comprato una casa lì.
- Sì, infatti siamo piuttosto soddisfatti.
- Sono proprio contenta che lei sia soddisfatto... Nonostante la storia che ha vissuto. Io sono circondata da gente insoddisfatta. E non ne posso più di sentire lamentele. Hanno tutto e si lamentano!
- Eh, quella storia vissuta purtroppo ha portato con sé anche altre conseguenze. Ma che possiamo fare se non goderci almeno quello che ci resta?
- Vede? Ero furiosa e parlare con lei mi ha rasserenato.
- Mi fa piacere - rispose Fosco arrossendo mentre anche il volto della signora si colorava. - Buona giornata e grazie.
- È stato un piacere. Buona giornata anche a lei.
venerdì, agosto 09, 2013
Conteggi: corridoi
Più tardi due giovani ragazzi vennero a prelevarlo. Lo trasportarono con tutto il letto nell'adiacente reparto di radiologia. I giovani non gli sembrarono infermieri e presto si convinse che si trattava di obiettori di coscienza. Il che gli ispirò simpatia visto che anche lui aveva fatto la stessa scelta dieci anni prima. Tuttavia, durante il trasporto per i corridoi della clinica un'insolita sensazione cominciò a pervaderlo. Non poteva essere lui quello al cui passaggio i pazienti esterni dispensavano rapide occhiate dalle sale d'attesa. E proprio quei volti e quelle occhiate gli riportarono alla memoria la sua prima visita a un ospedale. Era bambino e lo avevano portato a trovare suo nonno. Una delle cose che gli rimasero più impresse erano proprio i pazienti trasportati per i corridoi con flebo al seguito e volti sfatti. E ora lui si ritrovava in quel ruolo che tanto lo aveva impressionato. Per un'istante gli sembrò quasi di osservarsi dall'esterno attraverso gli occhi di quel bambino. Era lui che da ogni angolo gli dispensava quelle occhiate. Era lui che guardava con occhi spaventati e compassionevoli quel cranio glabro, quel volto scheletrico e malinconico. Ma di bambini in quel reparto Fosco non ne vide. Vide solo pazienti, tecnici e medici di un paese straniero che parlavano una lingua a lui ostica. Sapeva bene che quei tecnici e quei medici stavano lavorando per aiutarlo, per salvargli la vita, ma in quel momento non poté fare comunque a meno di sentirsi terribilmente solo. Soprattutto quando, dopo la Tac, gli obiettori lo lasciarono parcheggiato per un po' in una stanza chiusa. Forse erano andati a prelevare qualche altro paziente ma quell'attesa, lì da solo, in quello spazio inospitale, lo gettò nello sconforto.
Fortunatamente quella sensazione passò presto dopo che fu tornato al reparto dove Sara lo stava aspettando. Canti, letture e scrittura, uniti all'idea della crescita dei globuli bianchi, lo rimisero un po' in sesto.
Fortunatamente quella sensazione passò presto dopo che fu tornato al reparto dove Sara lo stava aspettando. Canti, letture e scrittura, uniti all'idea della crescita dei globuli bianchi, lo rimisero un po' in sesto.
martedì, agosto 06, 2013
Conteggi: negazione scaramantica
Il mattino successivo la speranza si era sedimentata sotto un massiccio strato di negazione scaramantica. Nulla dell'ansia da attesa traspariva dalle sue azioni. Negli anni aveva affinato quella tecnica e spesso riusciva a far esprimere sentimenti simili nella sola sfera del subconscio riuscendo ad occultarli persino a se stesso. Ma quando Schwester Dagmar gli mostrò il foglio con i risultati quella speranza sedimentata riemerse ed esplose nella sua coscienza in una pirotecnia di sensazioni di cui un solo sbiadito riflesso riuscì a trasparire nel mondo esterno manifestandosi nella forma di un lieve sorriso.
lunedì, giugno 17, 2013
Lutti indefinitamente procrastinati
A volte le sfortunate e imprevedibili contingenze della vita causano lutti la cui elaborazione viene costantemente vissuta e rivangata; ma mai fino in fondo. Rimandando e amplificando indefinitamente aspettative sulla possibile futura realizzazione e sofferenze per il possibile futuro e definitivo commiato.
lunedì, maggio 13, 2013
Vigilia
Quattro prelievi di midollo; quattro intratecali; tre cicli di chemio: induzione uno, induzione due, consolidazione, con una decina di diversi citostatici; un ciclo di radio; un ciclo di morfina; tre trasfusioni; decine di flebo idratanti; e centinaia di pillole. Tutto questo e molto altro ancora era successo in quei quasi tre mesi di ricovero ospedaliero. Ma finalmente la fase di pausa pre-trapianto era alle porte. Se la stava pregustando, quasi come un ragazzino negli ultimi giorni di scuola, prima delle lunghe vacanze estive. Anche se non proprio con la stessa leggerezza. E per quel mercoledì Fosco si aspettava la lettera di dimissioni.
- Prima ci sarebbe l'appuntamento alla clinica chirurgica per decidere l'installazione del catetere di Hickman - gli disse l'infermiera del mattino.
- L'Hickman è un catetere venoso centrale - gli spiegò più tardi la Engel durante la visita, accompagnata quel giorno dai due soli tirocinanti. - È utile per diverse ragioni. Serve ad evitare che i potenti citostatici del trattamento pre-trapianto possano danneggiarle le vene, riduce la possibilità d'infezione e le risparmia le molteplici perforazioni del braccio.
L'operazione d'inserimento del catetere comincerà con un'incisione qui, sotto la clavicola - continuò la dottoressa toccandogli la spalla sinistra. - Di lì, con un ago, inseriranno un filo guida nella vena succlavia che verrà spinto fino alla vena cava superiore - proseguì la Engel facendo scorrere il dito sul petto di Fosco fino all'altezza del cuore.
- Dalla stessa incisione inseriranno quindi uno strumento, chiamato alligatore, che riemergerà da un'altra incisione a quest'altezza qui - seguitò puntando il dito un po' più in basso - tale strumento afferrerà il tubicino del catetere e lo trascinerà in alto attraverso la tasca sottocutanea.
Una volta riemerso dall'incisione superiore il tubicino verrà inserito nella vena per mezzo di un dilatatore venale precedentemente introdotto sopra il filo guida - concluse la dottoressa.
Nel colloquio alla clinica chirurgica il medico gli ripeté più o meno le informazioni che gli aveva dato la Engel con qualche dettaglio in più e inaspettatamente gli fissò l'appuntamento per il giorno successivo alle 14:00.
- A questo punto dovremo rimandare la sua dimissione a venerdì - gli disse la Engel quando Fosco tornò.
E così con grande dispiacere dovette rinunciare a ben due giorni di vacanza. Se non altro l'intervento di domani mi eviterà di interromperla questa pausa casalinga, pensò Fosco cercando di consolarsi.
- Per l'andata può anche andare a piedi, se vuole, ma per il ritorno potrebbe anche servirle un taxi - gli disse l'infermiera il giorno successivo. - Solo che ora mi trovo sprovvista di buoni ma basta che lei al ritorno chieda al tassista di salire un attimo e noi provvederemo a pagare il viaggio.
Fosco si avviò a piedi dubitando che gli sarebbe servito un taxi per ripercorrere quei cinquecento metri. Giunto al reparto l'infermiera gli disse di lasciarsi indosso solo mutande e calzini. Poi gli fece indossare un camice bianco con apertura anteriore, una specie di cuffia e una sorta di copricalzini dello stesso materiale della cuffia. Quindi lo invitò a sedersi su di una sedia a rotelle e lo trasportò in sala operatoria.
- Questo è uno scarico a terra - gli disse la simpatica infermiera asiatica. - Serve per la corrente che verrà usata per la cauterizzazione.
Poi arrivò la giovane chirurgo e l'operazione cominciò.
Anestesia locale. Solito dolore breve e acuto. Gli consigliano di tenere le mani sotto i glutei, gli coprono il volto, gli spennellano il petto di tintura di iodio e cominciano a tagliare. Non è doloroso ma neppure piacevole. Il freddo in sala si fa sentire e Fosco chiede una seconda coperta. Dopo un po' la chirurgo comincia a premere. Preme, preme, preme. Sarà l'inserimento del filo guida? O forse dell'alligatore? Poi ancora preme, preme, preme. E va avanti così forse per un quarto d'ora. Nonostante la seconda coperta Fosco sente freddo. Un freddo interiore che parte dalle ossa, dalle vene, dalle viscere. Che lo fa contrarre, che lo fa tremare. Poi il chirurgo spinge, spinge, spinge. E lì Fosco sente il dolore. E, sotto quelle coperte e quei panni che gli coprono anche la vista, trema. Trema per il freddo e per la sfinitezza. Trema per la paura e per la rabbia. Trema per il fastidio e per lo sconforto. È vicino ai limiti della sua sopportazione quando finalmente sente l'ago e il filo che richiudono l'incisione superiore e riducono quella inferiore.
Guardò l'orologio. Era passata quasi un'ora dall'inizio dell'operazione. Poi l'infermiera lo trasportò in sedia a rotelle al controllo radiografico. Tutto apposto. Nessuna complicazione. Ma lui continuava a tremare e a soffrire. Nel trasporto di ritorno vide Sara in sala d'attesa e le fece cenno di seguirli. E quando l'infermiera li lasciò soli in quell'ambulatorio Fosco scoppiò in lacrime. Un pianto breve e sconsolato che durò fino all'arrivo della dottoressa che lo aveva operato.
- E mi raccomando - disse la dottoressa dopo aver commentato l'esito dell'impianto - non bagni assolutamente la ferita fino a quando i punti non saranno stati tolti. Ma anche dopo è meglio che copra quella parte durante la doccia e che prenda tutte le misure del caso per evitare una possibile infezione. In fondo, per quanto limitato da un supporto sottocutaneo, si tratta pur sempre di un buco costantemente aperto nella sua pelle.
Un'altra restrizione. Un'altra complicazione che si aggiungeva alle innumerevoli regole del suo vivere quotidiano.
- E se s'infetta? - chiese Fosco.
- Non è un grosso problema. Lo togliamo e lo reimpiantiamo. Lo togliamo e lo reimpiantiamo. Al solo pensiero Fosco ebbe una stretta al cuore e cercò subito di scacciare il pensiero. All'uscita dalla clinica chirurgica Sara suggerì di prendere un taxi per tornare al suo reparto e Fosco non se lo fece ripetere due volte.
- Potrebbe gentilmente salire per il pagamento della corsa? - disse Fosco quando giunsero di fronte all'ingresso della clinica ematologica.
- No! - rispose il tassista. - Io non salgo. Dovete pagarmi voi qui.
- Guardi, quando sono uscito l'infermiera si trovava sprovvista di buoni e mi ha detto che....
- Non m'interessa quello che le ha detto l'infermiera. Non ho tempo di salire.
A quelle parole quel poco sangue che gli era rimasto gli schizzò immediatamente alla testa.
- Se tutti fossero come lei questo mondo sarebbe proprio un bel posto - disse dapprima Fosco nella lingua del tassista. Ma alla vista di Sara che, forse per evitare il peggio, stava pagando la corsa, l'attacco d'ira fu incontrollabile e inevitabile. Affiorò direttamente dall'ipotalamo. Da quegli anfratti che lo riportavano ai feroci litigi dell'infanzia. E sentimenti del genere non possono che essere espressi nell'idioma dell'anima. Fosco uscì dalla vettura e cominciò a urlare.
- Ma che cazzo de omo sei? Tu non sei un uomo. Tu sei un pezzo de merda -. In quel momento per Fosco era come se tutti i suoi mali si fossero materializzati in quel tassista. Sara sembrava imbarazzata e cercò di far avanzare Fosco verso l'ingresso della clinica.
- Tu lo vedi che sto male - seguitò a urlare egli mentre il tassista continuava a tenere lo sguardo abbassato non comprendendo probabilmente neppure una parola della lingua di Fosco ma comprendendone molto bene mimica e intenzioni. - Tu lo sai che sto male. Perché ci lavori qui dentro. Però pensi solo a quei cazzo di due minuti che perdi per venire su. Ma nella vita ci sono cose molto più importanti di quei due minuti.
Stranamente, dopo quella crisi d'ira un po' esagerata, Fosco cominciò a sentirsi meglio. Tutto il malessere e la smania che lo avevano dominato dopo l'intervento sembravano essere evaporati al calore del suo furore. Forse, dopotutto, il malcapitato tassista era servito da catalizzatore della sua rabbia repressa e quello sfogo lo aveva alleggerito un po'.
- Prima ci sarebbe l'appuntamento alla clinica chirurgica per decidere l'installazione del catetere di Hickman - gli disse l'infermiera del mattino.
- L'Hickman è un catetere venoso centrale - gli spiegò più tardi la Engel durante la visita, accompagnata quel giorno dai due soli tirocinanti. - È utile per diverse ragioni. Serve ad evitare che i potenti citostatici del trattamento pre-trapianto possano danneggiarle le vene, riduce la possibilità d'infezione e le risparmia le molteplici perforazioni del braccio.
L'operazione d'inserimento del catetere comincerà con un'incisione qui, sotto la clavicola - continuò la dottoressa toccandogli la spalla sinistra. - Di lì, con un ago, inseriranno un filo guida nella vena succlavia che verrà spinto fino alla vena cava superiore - proseguì la Engel facendo scorrere il dito sul petto di Fosco fino all'altezza del cuore.
- Dalla stessa incisione inseriranno quindi uno strumento, chiamato alligatore, che riemergerà da un'altra incisione a quest'altezza qui - seguitò puntando il dito un po' più in basso - tale strumento afferrerà il tubicino del catetere e lo trascinerà in alto attraverso la tasca sottocutanea.
Una volta riemerso dall'incisione superiore il tubicino verrà inserito nella vena per mezzo di un dilatatore venale precedentemente introdotto sopra il filo guida - concluse la dottoressa.
Nel colloquio alla clinica chirurgica il medico gli ripeté più o meno le informazioni che gli aveva dato la Engel con qualche dettaglio in più e inaspettatamente gli fissò l'appuntamento per il giorno successivo alle 14:00.
- A questo punto dovremo rimandare la sua dimissione a venerdì - gli disse la Engel quando Fosco tornò.
E così con grande dispiacere dovette rinunciare a ben due giorni di vacanza. Se non altro l'intervento di domani mi eviterà di interromperla questa pausa casalinga, pensò Fosco cercando di consolarsi.
- Per l'andata può anche andare a piedi, se vuole, ma per il ritorno potrebbe anche servirle un taxi - gli disse l'infermiera il giorno successivo. - Solo che ora mi trovo sprovvista di buoni ma basta che lei al ritorno chieda al tassista di salire un attimo e noi provvederemo a pagare il viaggio.
Fosco si avviò a piedi dubitando che gli sarebbe servito un taxi per ripercorrere quei cinquecento metri. Giunto al reparto l'infermiera gli disse di lasciarsi indosso solo mutande e calzini. Poi gli fece indossare un camice bianco con apertura anteriore, una specie di cuffia e una sorta di copricalzini dello stesso materiale della cuffia. Quindi lo invitò a sedersi su di una sedia a rotelle e lo trasportò in sala operatoria.
- Questo è uno scarico a terra - gli disse la simpatica infermiera asiatica. - Serve per la corrente che verrà usata per la cauterizzazione.
Poi arrivò la giovane chirurgo e l'operazione cominciò.
Anestesia locale. Solito dolore breve e acuto. Gli consigliano di tenere le mani sotto i glutei, gli coprono il volto, gli spennellano il petto di tintura di iodio e cominciano a tagliare. Non è doloroso ma neppure piacevole. Il freddo in sala si fa sentire e Fosco chiede una seconda coperta. Dopo un po' la chirurgo comincia a premere. Preme, preme, preme. Sarà l'inserimento del filo guida? O forse dell'alligatore? Poi ancora preme, preme, preme. E va avanti così forse per un quarto d'ora. Nonostante la seconda coperta Fosco sente freddo. Un freddo interiore che parte dalle ossa, dalle vene, dalle viscere. Che lo fa contrarre, che lo fa tremare. Poi il chirurgo spinge, spinge, spinge. E lì Fosco sente il dolore. E, sotto quelle coperte e quei panni che gli coprono anche la vista, trema. Trema per il freddo e per la sfinitezza. Trema per la paura e per la rabbia. Trema per il fastidio e per lo sconforto. È vicino ai limiti della sua sopportazione quando finalmente sente l'ago e il filo che richiudono l'incisione superiore e riducono quella inferiore.
Guardò l'orologio. Era passata quasi un'ora dall'inizio dell'operazione. Poi l'infermiera lo trasportò in sedia a rotelle al controllo radiografico. Tutto apposto. Nessuna complicazione. Ma lui continuava a tremare e a soffrire. Nel trasporto di ritorno vide Sara in sala d'attesa e le fece cenno di seguirli. E quando l'infermiera li lasciò soli in quell'ambulatorio Fosco scoppiò in lacrime. Un pianto breve e sconsolato che durò fino all'arrivo della dottoressa che lo aveva operato.
- E mi raccomando - disse la dottoressa dopo aver commentato l'esito dell'impianto - non bagni assolutamente la ferita fino a quando i punti non saranno stati tolti. Ma anche dopo è meglio che copra quella parte durante la doccia e che prenda tutte le misure del caso per evitare una possibile infezione. In fondo, per quanto limitato da un supporto sottocutaneo, si tratta pur sempre di un buco costantemente aperto nella sua pelle.
Un'altra restrizione. Un'altra complicazione che si aggiungeva alle innumerevoli regole del suo vivere quotidiano.
- E se s'infetta? - chiese Fosco.
- Non è un grosso problema. Lo togliamo e lo reimpiantiamo. Lo togliamo e lo reimpiantiamo. Al solo pensiero Fosco ebbe una stretta al cuore e cercò subito di scacciare il pensiero. All'uscita dalla clinica chirurgica Sara suggerì di prendere un taxi per tornare al suo reparto e Fosco non se lo fece ripetere due volte.
- Potrebbe gentilmente salire per il pagamento della corsa? - disse Fosco quando giunsero di fronte all'ingresso della clinica ematologica.
- No! - rispose il tassista. - Io non salgo. Dovete pagarmi voi qui.
- Guardi, quando sono uscito l'infermiera si trovava sprovvista di buoni e mi ha detto che....
- Non m'interessa quello che le ha detto l'infermiera. Non ho tempo di salire.
A quelle parole quel poco sangue che gli era rimasto gli schizzò immediatamente alla testa.
- Se tutti fossero come lei questo mondo sarebbe proprio un bel posto - disse dapprima Fosco nella lingua del tassista. Ma alla vista di Sara che, forse per evitare il peggio, stava pagando la corsa, l'attacco d'ira fu incontrollabile e inevitabile. Affiorò direttamente dall'ipotalamo. Da quegli anfratti che lo riportavano ai feroci litigi dell'infanzia. E sentimenti del genere non possono che essere espressi nell'idioma dell'anima. Fosco uscì dalla vettura e cominciò a urlare.
- Ma che cazzo de omo sei? Tu non sei un uomo. Tu sei un pezzo de merda -. In quel momento per Fosco era come se tutti i suoi mali si fossero materializzati in quel tassista. Sara sembrava imbarazzata e cercò di far avanzare Fosco verso l'ingresso della clinica.
- Tu lo vedi che sto male - seguitò a urlare egli mentre il tassista continuava a tenere lo sguardo abbassato non comprendendo probabilmente neppure una parola della lingua di Fosco ma comprendendone molto bene mimica e intenzioni. - Tu lo sai che sto male. Perché ci lavori qui dentro. Però pensi solo a quei cazzo di due minuti che perdi per venire su. Ma nella vita ci sono cose molto più importanti di quei due minuti.
Stranamente, dopo quella crisi d'ira un po' esagerata, Fosco cominciò a sentirsi meglio. Tutto il malessere e la smania che lo avevano dominato dopo l'intervento sembravano essere evaporati al calore del suo furore. Forse, dopotutto, il malcapitato tassista era servito da catalizzatore della sua rabbia repressa e quello sfogo lo aveva alleggerito un po'.
lunedì, settembre 24, 2012
Reparti
Entrati nella nuova stanza Fosco e Sara disfecero la valigia per la seconda volta in due giorni.
- A proposito, l'infermiera mi ha detto che puoi collegarti alla Rete - gli disse Sara passandogli il portatile.
- Bene. Tra l'altro devo ancora scrivere a Günter per annullare i corsi.
- Che hai preso per pranzo? - chiese Sara prendendo il foglio del menù che giaceva sul letto.
- Penne all'arrabbiata.
- Penne all'arrabbiata!? - esclamò Sara sorpresa conoscendo l'opinione di Fosco in fatto di cucina pseudo-italiana. - Scusa, ma non hai visto come l'hanno scritta? "Penne al arabiata".
- Sì, lo so. Sembra il nome di un'emittente araba. Però hai visto quali erano le altre due possibilità?
- Be', effettivamente ... - rispose Sara guardando di nuovo il foglio.
In quel momento entrò un'infermiera con un vassoio. Aveva capelli e carnagione scura e un fisico non propriamente snello.
- Il pranzo! - disse con voce forte e sgraziata.
Dietro di lei una seconda infermiera alta, bionda e appariscente portava il secondo vassoio.
Fosco sollevò il coperchio di plastica, guardò il piatto stupefatto e poi guardò Sara. Prese infine la forchetta e si mise a smuovere il contenuto. Si trattava di una sorta fettuccine con salsa di cipolline sottaceto, peperoni e piselli. Sollevò di nuovo lo sguardo verso Sara che ricambiò la smorfia con un sorriso. Una delle passioni di Fosco era la cucina ma nonostante fosse un buongustaio egli si adattava a mangiare un po' tutto. Tuttavia a finire quel piatto di Penne al arabiata non ce la fece proprio.
- Stasera ti porto qualcosa io - disse Sara.
Non appena Sara fu uscita Fosco si mise a scrivere ai suoi capi per annullare il viaggio di lavoro. Egli sarebbe dovuto partire quella domenica per andare a tenere un corso a Roma. Era da un paio di mesi che dedicava una parte delle sue giornate lavorative alla preparazione di quel corso e da alcune settimane si stava pregustando il viaggio verso la sua città d'adozione. Aveva spiegato a Günter e Pedro qual era il motivo dell'annullamento e gli aveva detto che, se il suo stato di salute glielo avesse concesso, avrebbe voluto continuare a lavorare un po' in quei mesi di ospedale. Deliziato dal sottofondo di musica Schlager che proveniva dal televisore di Herr Mittnacht, il suo nuovo compagno di stanza, Fosco aveva quindi continuato ad usare il portatile. Si alternava tra la ricerca d'informazioni sulla sua malattia e la stesura di un appello. Quando l'ebbe terminato spedì l'appello a tutti i suoi contatti italiani e lo usò anche per aprire un forum di discussione su uno dei siti web che frequentava. Fosco aveva aperto l'appello con il racconto di quello che gli era accaduto negli ultimi giorni. Aveva quindi proseguito:
I medici mi hanno spiegato che avrò bisogno di un trapianto di cellule staminali provenienti da un donatore e che tali cellule dovranno essere compatibili con le mie. Tra fratelli è molto probabile (30%) che sussista una tale compatibilità. Tuttavia, essendo figlio unico, io dovrò usufruire della banca dati mondiale che raccoglie le caratteristiche delle cellule di tutti i potenziali donatori. Ovviamente, più grande è il numero di potenziali donatori presenti nella banca dati, più alta è la probabilità che si trovino delle cellule compatibili con le mie. Per questo vorrei pregare tutti voi dal profondo del cuore di dare una speranza a me e ai miei cari recandovi presso il più vicino centro dell'ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo) e farvi registrare come donatori. La procedura prevede un solo un prelievo di sangue come per una qualsiasi analisi.
Il tempo che ho a disposizione è di 4-6 mesi. Vi prego di registrarvi il più presto possibile e far registrare quante più persone potete.
Vi ringrazio, vi abbraccio e vi bacio.
Fosco
- Buongiorno signor Chiellini, sono la dottoressa Engel.
Voltandosi Fosco vide una figura minuta, graziosa, con i capelli corti e scuri e il volto da bambina.
- Sono una dei medici di reparto - continuò la dottoressa mentre Fosco chiudeva il portatile. - Sono qui per l'anamnesi e per fornirle alcune informazioni.
La dottoressa lo visitò, lo palpò, lo auscultò. Poi gli fece una serie di domande sulla sua storia sanitaria e su quella della sua famiglia. La Engel piacque subito a Fosco. Mostrava tatto, dolcezza e umanità in ogni sua azione.
- Ho una domanda - azzardò Fosco. - Visto che ora i globuli bianchi sono meno di quarantamila, non si potrebbe seguire il protocollo per le leucemie a basso rischio ed evitare quindi il trapianto?
- No. Per la classificazione conta il risultato della prima analisi. E poi senza trapianto la terapia durerebbe almeno due anni. Con il trapianto invece tra sei mesi potrebbe esser già tutto finito.
- Eh già - disse Fosco con scarsa convinzione.
- Con la chemioterapia non abbiamo ancora cominciato - riprese la dottoressa. - Le flebo che le stiamo somministrando sono a base di cortisone. Con i pazienti più giovani di solito ritardiamo l'inizio della terapia per dar loro l'opportunità di congelare lo sperma.
- Congelare lo sperma? - ripeté Fosco.
- Sì. Molto probabilmente la terapia la renderà sterile. Se vuole noi siamo in contatto con un ginecologo che offre questo servizio.
Più tardi, dopo un viaggio in taxi rimborsato dalla clinica, Fosco constatò che gli sgabuzzini medici dotati di riveste pornografiche non esistono solo nelle leggende metropolitane.
- A proposito, l'infermiera mi ha detto che puoi collegarti alla Rete - gli disse Sara passandogli il portatile.
- Bene. Tra l'altro devo ancora scrivere a Günter per annullare i corsi.
- Che hai preso per pranzo? - chiese Sara prendendo il foglio del menù che giaceva sul letto.
- Penne all'arrabbiata.
- Penne all'arrabbiata!? - esclamò Sara sorpresa conoscendo l'opinione di Fosco in fatto di cucina pseudo-italiana. - Scusa, ma non hai visto come l'hanno scritta? "Penne al arabiata".
- Sì, lo so. Sembra il nome di un'emittente araba. Però hai visto quali erano le altre due possibilità?
- Be', effettivamente ... - rispose Sara guardando di nuovo il foglio.
In quel momento entrò un'infermiera con un vassoio. Aveva capelli e carnagione scura e un fisico non propriamente snello.
- Il pranzo! - disse con voce forte e sgraziata.
Dietro di lei una seconda infermiera alta, bionda e appariscente portava il secondo vassoio.
Fosco sollevò il coperchio di plastica, guardò il piatto stupefatto e poi guardò Sara. Prese infine la forchetta e si mise a smuovere il contenuto. Si trattava di una sorta fettuccine con salsa di cipolline sottaceto, peperoni e piselli. Sollevò di nuovo lo sguardo verso Sara che ricambiò la smorfia con un sorriso. Una delle passioni di Fosco era la cucina ma nonostante fosse un buongustaio egli si adattava a mangiare un po' tutto. Tuttavia a finire quel piatto di Penne al arabiata non ce la fece proprio.
- Stasera ti porto qualcosa io - disse Sara.
Non appena Sara fu uscita Fosco si mise a scrivere ai suoi capi per annullare il viaggio di lavoro. Egli sarebbe dovuto partire quella domenica per andare a tenere un corso a Roma. Era da un paio di mesi che dedicava una parte delle sue giornate lavorative alla preparazione di quel corso e da alcune settimane si stava pregustando il viaggio verso la sua città d'adozione. Aveva spiegato a Günter e Pedro qual era il motivo dell'annullamento e gli aveva detto che, se il suo stato di salute glielo avesse concesso, avrebbe voluto continuare a lavorare un po' in quei mesi di ospedale. Deliziato dal sottofondo di musica Schlager che proveniva dal televisore di Herr Mittnacht, il suo nuovo compagno di stanza, Fosco aveva quindi continuato ad usare il portatile. Si alternava tra la ricerca d'informazioni sulla sua malattia e la stesura di un appello. Quando l'ebbe terminato spedì l'appello a tutti i suoi contatti italiani e lo usò anche per aprire un forum di discussione su uno dei siti web che frequentava. Fosco aveva aperto l'appello con il racconto di quello che gli era accaduto negli ultimi giorni. Aveva quindi proseguito:
I medici mi hanno spiegato che avrò bisogno di un trapianto di cellule staminali provenienti da un donatore e che tali cellule dovranno essere compatibili con le mie. Tra fratelli è molto probabile (30%) che sussista una tale compatibilità. Tuttavia, essendo figlio unico, io dovrò usufruire della banca dati mondiale che raccoglie le caratteristiche delle cellule di tutti i potenziali donatori. Ovviamente, più grande è il numero di potenziali donatori presenti nella banca dati, più alta è la probabilità che si trovino delle cellule compatibili con le mie. Per questo vorrei pregare tutti voi dal profondo del cuore di dare una speranza a me e ai miei cari recandovi presso il più vicino centro dell'ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo) e farvi registrare come donatori. La procedura prevede un solo un prelievo di sangue come per una qualsiasi analisi.
Il tempo che ho a disposizione è di 4-6 mesi. Vi prego di registrarvi il più presto possibile e far registrare quante più persone potete.
Vi ringrazio, vi abbraccio e vi bacio.
Fosco
- Buongiorno signor Chiellini, sono la dottoressa Engel.
Voltandosi Fosco vide una figura minuta, graziosa, con i capelli corti e scuri e il volto da bambina.
- Sono una dei medici di reparto - continuò la dottoressa mentre Fosco chiudeva il portatile. - Sono qui per l'anamnesi e per fornirle alcune informazioni.
La dottoressa lo visitò, lo palpò, lo auscultò. Poi gli fece una serie di domande sulla sua storia sanitaria e su quella della sua famiglia. La Engel piacque subito a Fosco. Mostrava tatto, dolcezza e umanità in ogni sua azione.
- Ho una domanda - azzardò Fosco. - Visto che ora i globuli bianchi sono meno di quarantamila, non si potrebbe seguire il protocollo per le leucemie a basso rischio ed evitare quindi il trapianto?
- No. Per la classificazione conta il risultato della prima analisi. E poi senza trapianto la terapia durerebbe almeno due anni. Con il trapianto invece tra sei mesi potrebbe esser già tutto finito.
- Eh già - disse Fosco con scarsa convinzione.
- Con la chemioterapia non abbiamo ancora cominciato - riprese la dottoressa. - Le flebo che le stiamo somministrando sono a base di cortisone. Con i pazienti più giovani di solito ritardiamo l'inizio della terapia per dar loro l'opportunità di congelare lo sperma.
- Congelare lo sperma? - ripeté Fosco.
- Sì. Molto probabilmente la terapia la renderà sterile. Se vuole noi siamo in contatto con un ginecologo che offre questo servizio.
Più tardi, dopo un viaggio in taxi rimborsato dalla clinica, Fosco constatò che gli sgabuzzini medici dotati di riveste pornografiche non esistono solo nelle leggende metropolitane.
mercoledì, agosto 29, 2012
Ferite
Venerdì 22 luglio 2005
La notte precedente Sara sarebbe voluta rimanere con lui. Seduta lì, accanto al suo letto per tutta la notte.
- Domani sarà una giornata pesante per tutti e due - le aveva detto Fosco poco prima delle due. - Vai a casa. Dobbiamo cercare di riposare un po' -. Si erano quindi abbracciati. Poi si erano baciati mentre le loro labbra venivano raggiunte da una confluenza di lacrime.
Come d'accordo Sara lo aveva chiamato appena rientrata in casa. Gli aveva detto che l'infermiera era stata molto gentile e aveva chiamato la guardia notturna per farla accompagnare al parcheggio.
Dopo qualche ora di sonno tormentato che quella pasticca gli aveva concesso Fosco si era svegliato definitivamente verso le sei. Oltre ai pensieri aveva contribuito a svegliarlo anche la luce troppo forte che penetrava dall'ampia finestra. Ogni tanto sentiva in lontananza lo starnazzare delle oche del vicino laghetto.
Era rimasto immobile per un tempo indeterminato. A contemplare quel groviglio di fili e tubicini di gomma che affluivano e defluivano da strumenti dotati di schermi: come raccordi tra ampolle di un fantascientifico laboratorio alchimistico del XXI secolo. A differenza del suo corpo, dominato dall'inerzia, la sua mente era congestionata da un vortice di pensieri confusi.
Quello stato di quiete fisica e tumulto interiore fu rotto dall'irruzione dell'infermiera. Fosco fu così iniziato al rito infermieristico mattutino: misurazione della pressione e della temperatura, distribuzione dei medicinali e collegamento della siringa per il prelievo al tubicino che fuoriusciva dal suo braccio.
Sara arrivò mentre Fosco stava spalmando la marmellata sul panino della colazione ospedaliera.
- L'infermiera mi ha detto che oggi mi dovranno fare un prelievo di midollo - le aveva detto subito.
- Sei preoccupato?
- Eh, un po' sì. Mi sono anche fatto dare i risultati del sangue di ieri. Adesso i globuli bianchi sono circa trentacinquemila. Quindi può darsi che il trapianto non sia più necessario.
In quel momento Doktor Strauß entrò con un carrello.
- Buongiorno Herr Chiellini! È pronto per l'agoaspirato?
- Non molto veramente, ma va bene lo stesso.
- Non si preoccupi, non è nulla di terribile.
Con il cuore in tumulto Fosco seguì le indicazioni del dottore scoprendosi la parte destra del bacino e disponendosi disteso sul fianco sinistro. Sara gli diede la mano mentre Doktor Strauß prendeva l'occorrente dal carrello. Quando il dottore cominciò a toccargli la zona posteriore del bacino Fosco cercò di voltarsi.
- Non si preoccupi, stavo cercando il punto giusto sulla cresta iliaca - disse Doktor Strauß mentre prendeva una boccetta dal carrello. - Nicht erschrecken - continuò mentre gli spruzzava il disinfettante sul fianco. E quindi: - Es kommt ein Pieks.
Stavolta il dolore fu più acuto. Fosco strinse forte la mano di Sara. Ogni spruzzata di anestetico era come la puntura di una vespa. Con la differenza che il dolore non perdurava ma scompariva dopo un breve instante. L'anestetico cominciò a fare effetto quasi subito e la sensazione che provò quando l'ago arrivò a toccare l'osso fu più di fastidio che di dolore.
- Tutto bene? - chiese Doktor Strauß mentre estraeva l'ago. Fosco annuì.
Dopo un paio di minuti il dottore toccò di nuovo quell'area.
- Fa male?
- No - rispose Fosco e quando il dottore cominciò a premere Fosco capì che per toccarlo sul fianco il dottore non aveva usato il dito ma l'ago. Quanto durarono quella pressione e quegli avvitamenti? Non molto. Un minuto, forse due. La sensazione dell'ago che penetrava nell'osso era simile a quella precedente: più fastidio che dolore. Un po' come quello che si prova quando si tocca un muscolo indolenzito. Poi Doktor Strauß smise di premere.
- Ora potrebbe avvertire un po' di dolore.
Fosco sentì un rumore. Come quando ci si toglie un guanto di gomma. E subito avvertì l'aspirazione. Non era un dolore acuto come quello dell'anestetico. Era un dolore nuovo. Mai provato prima. Un liquido vitale che viene risucchiato al di fuori del corpo. E il corpo protesta generando quel nuovo dolore per la cui definizione non esiste neppure una parola. Il dolore del midollo risucchiato.
- Fatto! - disse il dottore estraendo l'ago con un movimento rapido. Poi applicò un cerotto sul buco, dispose un cuscinetto sul letto e fece distendere Fosco in posizione supina in modo che il cerotto andasse a poggiare sul cuscinetto. Fosco gettò uno sguardo a quella provetta piena di un liquido rosso, ma di un rosso troppo chiaro per essere sangue.
- Tra mezzora l'infermiera verrà a controllare che non sanguini più - disse il dottore uscendo.
- È stato doloroso? - gli chiese Sara.
- Un po', ma mi aspettavo di peggio - rispose Fosco con un sorriso. Ora si sentiva rilassato. Aveva superato la sua prima dura prova.
Mezzora dopo, oltre a controllare il cerotto, l'infermiera gli disse che il posto al reparto giusto si era liberato e poteva quindi spostarsi al piano di sopra.
La notte precedente Sara sarebbe voluta rimanere con lui. Seduta lì, accanto al suo letto per tutta la notte.
- Domani sarà una giornata pesante per tutti e due - le aveva detto Fosco poco prima delle due. - Vai a casa. Dobbiamo cercare di riposare un po' -. Si erano quindi abbracciati. Poi si erano baciati mentre le loro labbra venivano raggiunte da una confluenza di lacrime.
Come d'accordo Sara lo aveva chiamato appena rientrata in casa. Gli aveva detto che l'infermiera era stata molto gentile e aveva chiamato la guardia notturna per farla accompagnare al parcheggio.
Dopo qualche ora di sonno tormentato che quella pasticca gli aveva concesso Fosco si era svegliato definitivamente verso le sei. Oltre ai pensieri aveva contribuito a svegliarlo anche la luce troppo forte che penetrava dall'ampia finestra. Ogni tanto sentiva in lontananza lo starnazzare delle oche del vicino laghetto.
Era rimasto immobile per un tempo indeterminato. A contemplare quel groviglio di fili e tubicini di gomma che affluivano e defluivano da strumenti dotati di schermi: come raccordi tra ampolle di un fantascientifico laboratorio alchimistico del XXI secolo. A differenza del suo corpo, dominato dall'inerzia, la sua mente era congestionata da un vortice di pensieri confusi.
Quello stato di quiete fisica e tumulto interiore fu rotto dall'irruzione dell'infermiera. Fosco fu così iniziato al rito infermieristico mattutino: misurazione della pressione e della temperatura, distribuzione dei medicinali e collegamento della siringa per il prelievo al tubicino che fuoriusciva dal suo braccio.
Sara arrivò mentre Fosco stava spalmando la marmellata sul panino della colazione ospedaliera.
- L'infermiera mi ha detto che oggi mi dovranno fare un prelievo di midollo - le aveva detto subito.
- Sei preoccupato?
- Eh, un po' sì. Mi sono anche fatto dare i risultati del sangue di ieri. Adesso i globuli bianchi sono circa trentacinquemila. Quindi può darsi che il trapianto non sia più necessario.
In quel momento Doktor Strauß entrò con un carrello.
- Buongiorno Herr Chiellini! È pronto per l'agoaspirato?
- Non molto veramente, ma va bene lo stesso.
- Non si preoccupi, non è nulla di terribile.
Con il cuore in tumulto Fosco seguì le indicazioni del dottore scoprendosi la parte destra del bacino e disponendosi disteso sul fianco sinistro. Sara gli diede la mano mentre Doktor Strauß prendeva l'occorrente dal carrello. Quando il dottore cominciò a toccargli la zona posteriore del bacino Fosco cercò di voltarsi.
- Non si preoccupi, stavo cercando il punto giusto sulla cresta iliaca - disse Doktor Strauß mentre prendeva una boccetta dal carrello. - Nicht erschrecken - continuò mentre gli spruzzava il disinfettante sul fianco. E quindi: - Es kommt ein Pieks.
Stavolta il dolore fu più acuto. Fosco strinse forte la mano di Sara. Ogni spruzzata di anestetico era come la puntura di una vespa. Con la differenza che il dolore non perdurava ma scompariva dopo un breve instante. L'anestetico cominciò a fare effetto quasi subito e la sensazione che provò quando l'ago arrivò a toccare l'osso fu più di fastidio che di dolore.
- Tutto bene? - chiese Doktor Strauß mentre estraeva l'ago. Fosco annuì.
Dopo un paio di minuti il dottore toccò di nuovo quell'area.
- Fa male?
- No - rispose Fosco e quando il dottore cominciò a premere Fosco capì che per toccarlo sul fianco il dottore non aveva usato il dito ma l'ago. Quanto durarono quella pressione e quegli avvitamenti? Non molto. Un minuto, forse due. La sensazione dell'ago che penetrava nell'osso era simile a quella precedente: più fastidio che dolore. Un po' come quello che si prova quando si tocca un muscolo indolenzito. Poi Doktor Strauß smise di premere.
- Ora potrebbe avvertire un po' di dolore.
Fosco sentì un rumore. Come quando ci si toglie un guanto di gomma. E subito avvertì l'aspirazione. Non era un dolore acuto come quello dell'anestetico. Era un dolore nuovo. Mai provato prima. Un liquido vitale che viene risucchiato al di fuori del corpo. E il corpo protesta generando quel nuovo dolore per la cui definizione non esiste neppure una parola. Il dolore del midollo risucchiato.
- Fatto! - disse il dottore estraendo l'ago con un movimento rapido. Poi applicò un cerotto sul buco, dispose un cuscinetto sul letto e fece distendere Fosco in posizione supina in modo che il cerotto andasse a poggiare sul cuscinetto. Fosco gettò uno sguardo a quella provetta piena di un liquido rosso, ma di un rosso troppo chiaro per essere sangue.
- Tra mezzora l'infermiera verrà a controllare che non sanguini più - disse il dottore uscendo.
- È stato doloroso? - gli chiese Sara.
- Un po', ma mi aspettavo di peggio - rispose Fosco con un sorriso. Ora si sentiva rilassato. Aveva superato la sua prima dura prova.
Mezzora dopo, oltre a controllare il cerotto, l'infermiera gli disse che il posto al reparto giusto si era liberato e poteva quindi spostarsi al piano di sopra.
mercoledì, agosto 22, 2012
Documenti
Subito dopo l'applicazione della prima flebo Fosco e Sara si erano messi a leggere il materiale che il dottor Strauß gli aveva lasciato. Già la lettura del titolo li spaventò.
Multizentrische Therapieoptimierungsstudie der akuten lymphatischen Leukämie bei Erwachsenen und Adoleszenten ab 15 Jahren - Therapieoptimierung durch Evaluation der minimalen Resterkrankung
Anche se a tradurlo non ci misero molto. E non ebbero neppure molte difficoltà nel comprendere le prime righe. Quello che avevano in mano era sostanzialmente un consenso informato per inserire Fosco in questo "studio per l'ottimizzazione della terapia per la leucemia linfatica acuta attraverso la valutazione della malattia residua minimale".
- Questa malattia residua minimale dev'essere un parametro importante - osservò Fosco.
- Direi di sì, visto che lo citano nel titolo - rispose Sara.
- Guarda, qui di seguito lo chiamano MRD. Usano l'acronimo inglese: Minimal Residual Disease. Chissà come la misureranno questa malattia residua.
Fosco continuò a leggere, nel modo in cui si era gradatamente abituato a fare quando voleva capire velocemente qualcosa in quella lingua. In modo automatico e quasi inconsapevole ignorava i termini che non capiva e poi cercava di ricostruire il significato della frase colmando a senso le lacune disseminate qua e là. Spesso questa tecnica funzionava, ma non sempre.
Dopo aver girato pagina lo sguardo di Fosco si rabbuiò. Voltandosi si accorse che quella frase aveva scosso anche Sara.
"Lei ha una malattia grave che, se non trattata, può portare alla morte entro poche settimane o pochi mesi."
Cercò di riprendere a leggere.
- Qui dice: i risultati stanno mostrando guarigioni sempre più frequenti ottenute attraverso l'uso prolungato di chemioterapia intensiva e "Bestrahlung". Controlleresti che è 'sto Bestrahlung?
- Radioterapia - disse Sara dopo aver consultato il dizionario.
- Ma come!? Mi curano con la radioterapia? - esclamò Fosco. - Non abbiamo letto che le radiazioni sono una delle poche cause note della leucemia?
Sara lo guardò un po' smarrita.
- Eppure io ho sempre cercato di evitare le radiografie superflue - continuò Fosco abbassando lo sguardo. - Solo quel cretino del dottor Schulz ha voluto ripetermi l'ortopanoramica per due volte in due anni - riprese rabbioso. - Saranno state quello a scatenare tutto?
- Non lo sappiamo. E penso che non potremo saperlo mai - rispose Sara.
- Oppure qualcosa di strano che è successo nei mesi scorsi. Magari durante il viaggio a Cuba - proseguì Fosco. Poi tornò a guardare il documento. Sfogliava e leggeva a volo d'uccello - Certo però che questa lingua ci fornisce proprio pochi appigli. Chemotherapie si capisce ma Bestrahlung per radioterapia... E guarda quest'altra parola: "Knochenmark". Ma che cos'è? Dunque, "Knochen" significa osso e "Mark"... l'ho già visto scritto.... Sì, sui barattoli di polpa pomodoro!
- Midollo osseo - disse Sara alzando lo sguardo dal dizionario.
- Ah! Certo! La polpa di osso... - disse Fosco mentre l'immagine di un osso buco gli si materializzava nella mente. - Che cos'è il midollo osseo se non una polpa di osso?
Il bello di quella lingua era che, seppur quasi priva di appigli iniziali, metteva a disposizione una struttura logico-semantica che facilitava la deduzione una volta noti alcuni mattoni linguistici di base. Ma quel barlume di soddisfazione che era comparso negli occhi di Fosco tornò a spegnersi dopo la lettura di due delle altre tre terapie alternative che il documento era probabilmente obbligato a citare.
Continuando a leggere avevano capito che il protocollo proposto prevedeva una fase di chemio e radioterapie con una durata che poteva andare dai quattro ai sei mesi dopo la quale ci sarebbe stato il trapianto.
- Dobbiamo farcelo tradurre - disse Fosco dopo aver richiuso il documento. - Sono troppi i dettagli che non riusciamo a capire.
- Sì, hai ragione - disse Sara.
- Non che io abbia dubbi sul da farsi, viste le alternative offerte. Però... Insomma, non vorrei neppure firmare un documento che parla della mia vita e della mia morte senza averne compreso bene il contenuto.
- Potremmo chiedere ad Angela, l'amica di Donatella. Lei è traduttrice.
Multizentrische Therapieoptimierungsstudie der akuten lymphatischen Leukämie bei Erwachsenen und Adoleszenten ab 15 Jahren - Therapieoptimierung durch Evaluation der minimalen Resterkrankung
Anche se a tradurlo non ci misero molto. E non ebbero neppure molte difficoltà nel comprendere le prime righe. Quello che avevano in mano era sostanzialmente un consenso informato per inserire Fosco in questo "studio per l'ottimizzazione della terapia per la leucemia linfatica acuta attraverso la valutazione della malattia residua minimale".
- Questa malattia residua minimale dev'essere un parametro importante - osservò Fosco.
- Direi di sì, visto che lo citano nel titolo - rispose Sara.
- Guarda, qui di seguito lo chiamano MRD. Usano l'acronimo inglese: Minimal Residual Disease. Chissà come la misureranno questa malattia residua.
Fosco continuò a leggere, nel modo in cui si era gradatamente abituato a fare quando voleva capire velocemente qualcosa in quella lingua. In modo automatico e quasi inconsapevole ignorava i termini che non capiva e poi cercava di ricostruire il significato della frase colmando a senso le lacune disseminate qua e là. Spesso questa tecnica funzionava, ma non sempre.
Dopo aver girato pagina lo sguardo di Fosco si rabbuiò. Voltandosi si accorse che quella frase aveva scosso anche Sara.
"Lei ha una malattia grave che, se non trattata, può portare alla morte entro poche settimane o pochi mesi."
Cercò di riprendere a leggere.
- Qui dice: i risultati stanno mostrando guarigioni sempre più frequenti ottenute attraverso l'uso prolungato di chemioterapia intensiva e "Bestrahlung". Controlleresti che è 'sto Bestrahlung?
- Radioterapia - disse Sara dopo aver consultato il dizionario.
- Ma come!? Mi curano con la radioterapia? - esclamò Fosco. - Non abbiamo letto che le radiazioni sono una delle poche cause note della leucemia?
Sara lo guardò un po' smarrita.
- Eppure io ho sempre cercato di evitare le radiografie superflue - continuò Fosco abbassando lo sguardo. - Solo quel cretino del dottor Schulz ha voluto ripetermi l'ortopanoramica per due volte in due anni - riprese rabbioso. - Saranno state quello a scatenare tutto?
- Non lo sappiamo. E penso che non potremo saperlo mai - rispose Sara.
- Oppure qualcosa di strano che è successo nei mesi scorsi. Magari durante il viaggio a Cuba - proseguì Fosco. Poi tornò a guardare il documento. Sfogliava e leggeva a volo d'uccello - Certo però che questa lingua ci fornisce proprio pochi appigli. Chemotherapie si capisce ma Bestrahlung per radioterapia... E guarda quest'altra parola: "Knochenmark". Ma che cos'è? Dunque, "Knochen" significa osso e "Mark"... l'ho già visto scritto.... Sì, sui barattoli di polpa pomodoro!
- Midollo osseo - disse Sara alzando lo sguardo dal dizionario.
- Ah! Certo! La polpa di osso... - disse Fosco mentre l'immagine di un osso buco gli si materializzava nella mente. - Che cos'è il midollo osseo se non una polpa di osso?
Il bello di quella lingua era che, seppur quasi priva di appigli iniziali, metteva a disposizione una struttura logico-semantica che facilitava la deduzione una volta noti alcuni mattoni linguistici di base. Ma quel barlume di soddisfazione che era comparso negli occhi di Fosco tornò a spegnersi dopo la lettura di due delle altre tre terapie alternative che il documento era probabilmente obbligato a citare.
- Una terapia priva di chemio e radioterapia volta al solo alleviamento delle complicazioni che insorgeranno. Tale opzione la condurrebbe alla morte entro pochi mesi.
- Farmaci a basso dosaggio e con pochi effetti collaterali possono esser usati per combattere le cellule cancerogene. Neppure questa opzione produrrebbe una guarigione.
- Terapie di altri protocolli di studio approvati, ai quali, in ogni caso, sono associati effetti collaterali paragonabili a quelli del presente studio.
Continuando a leggere avevano capito che il protocollo proposto prevedeva una fase di chemio e radioterapie con una durata che poteva andare dai quattro ai sei mesi dopo la quale ci sarebbe stato il trapianto.
- Dobbiamo farcelo tradurre - disse Fosco dopo aver richiuso il documento. - Sono troppi i dettagli che non riusciamo a capire.
- Sì, hai ragione - disse Sara.
- Non che io abbia dubbi sul da farsi, viste le alternative offerte. Però... Insomma, non vorrei neppure firmare un documento che parla della mia vita e della mia morte senza averne compreso bene il contenuto.
- Potremmo chiedere ad Angela, l'amica di Donatella. Lei è traduttrice.
venerdì, agosto 10, 2012
Campi di battaglia
Frau Doktor Licht era stata molto brava a comunicargli quella terribile notizia. Gli aveva spiegato che esistono quattro tipi principali di leucemia. C'è la linfatica, la mieloide e per entrambe esistono la forma cronica e quella acuta. Solitamente le leucemie croniche sono meno aggressive ma è più difficile guarirle in modo definitivo, mentre quelle acute sono aggressive e rapide. Vanno affrontate immediatamente, ma molto spesso si riesce a guarirle completamente.
- Ho già parlato con i medici della clinica ematologica - gli aveva detto la dottoressa. - È una delle migliori del paese. Se vuole può andare oggi stesso.
- È strano - disse Fosco uscendo dall’ambulatorio - adesso mi sento molto meglio rispetto a qualche ora fa. Mi sento sollevato. Nonostante la diagnosi.
- Be', almeno adesso sappiamo che c'è una cura che funziona. Ma io forse mi sono persa qualche pezzo di quello che ha detto la dottoressa.
- Da quello che ho capito la terapia sarà un po' lunga. Mi ha pure detto che perderò i capelli - disse Fosco passandosi una mano tra la folta capigliatura riccioluta.
Tornati a casa Fosco aveva voluto farsi scattare una fotografia.
- Voglio lasciare un'ultima immagine di me: com'ero immediatamente prima dell'inizio della giostra. - E poi si era messo in posa accanto a quel mazzo di fiori che aveva comprato qualche giorno prima. Con la consapevolezza che non sarebbe stato mai più l'uomo di quel momento.
Varcando la porta d'ingresso della clinica Fosco pensò che quella era la prima volta che entrava in un ospedale come paziente. Quel fastidioso odore di disinfettante gli riempì immediatamente le narici, e come sempre nel passato gli provocò una sensazione di disagio. Ma oggi quel disagio era molto più forte. Sconfinava nella paura.
Chissà quanto tempo dovrò rimanere qui - si chiese.
- Nel reparto non ci sono letti liberi - gli dissero all'accettazione. - Per una notte dovrà pernottare nel reparto trapianti.
Un'infermiera li ricevette davanti alla porta chiusa del reparto. Mostrò loro l'interruttore per aprire la prima porta, i camici e le mascherine da indossare, il dosatore di disinfettante per le mani e l'interruttore per aprire la seconda porta.
- Buongiorno Herr Chiellini. Io sono Doktor Strauß - gli disse un gigante stringendogli energicamente la mano. Poi li condusse alla camera assegnata a Fosco. Il grande spazio vuoto di quella camera con un solo letto accrebbe il livello d'inquietudine di Fosco. Quando il dottore tornò Sara stava carezzando la testa di Fosco: un castano cespuglio di capelli che copriva quel cuscino troppo sottile. Il gigante teneva in mano diversi fogli.
- Per curare il suo tipo di leucemia sarà necessario un trapianto - disse Doktor Strauß.
Quella parola riecheggiò nella testa di Fosco - trapianto, trapianto - perdendo un pezzo di significato ad ogni rimbalzo - trapianto, trapianto. Un senso d'irrealtà lo pervase. Poi di colpo la parola riemerse dagli abissi dell'inconscio proiettando intorno a se un caleidoscopio d'immagini. Sale operatorie, camici verdi e mascherine, bisturi, scrigni contenenti organi, trasporti in elicottero. E infine essa si materializzò in un suono vacillante sostenuto da un respiro spezzettato: - Un trapianto... - Mentre il pensiero di Fosco accompagnava quel suono con un contrappunto veloce ed ossessivo: sta succedendo a me, sta succedendo a me, sta succedendo a me.
- Ma la dottoressa aveva parlato solo di chemioterapia - riuscì a dire infine.
- Sì, quello è il protocollo per le leucemie a basso rischio, ma nel suo caso non funzionerebbe. La sua è una leucemia ad alto rischio in quanto i globuli bianchi della prima analisi erano più di quarantamila.
Alto rischio! L'espressione gli provoco una nuova tempesta interiore seguita da sforzo subconscio di dissimulazione.
- E quando dovrò essere operato?
- Il trapianto di midollo osseo non prevede operazioni. Fosco guardò Sara smarrito. Poi si voltò di nuovo verso Doktor Strauß.
- Il trapianto di midollo osseo - riprese il dottore - si effettua attraverso un'infusione di cellule staminali midollari prelevate dal sangue di un donatore.
- Quindi mi inietterete queste cellule staminali nella spina dorsale?
- No, quello è il midollo spinale. È un'altra cosa. Non c'entra nulla con il midollo osseo. Diciamo che dal suo punto di vista sarà come ricevere una trasfusione sanguigna. Ma prima dovrà subire alcuni cicli di chemioterapie e radioterapie per eliminare le cellule maligne e poi un ciclo finale per eliminare tutto il suo midollo. Solo allora le inietteremo in vena una sacca di cellule staminali che, se tutto andrà bene, troveranno da sole la strada per andare a posizionarsi nel luogo giusto e poter così ricostruire il suo midollo. Ma qui troverà tutte le spiegazioni e anche i moduli da firmare per il consenso - concluse il dottore porgendogli il pacco di carte che aveva in mano.
In quel momento entrò un'infermiera con una flebo e il dottore li lasciò. A Fosco non era mai stata applicata una flebo prima di allora. La sola vista di aghi e cannule gli aveva sempre provocato un certo disagio. Di colpo gli tornò in mente il suo primo prelievo di sangue. Aveva quattordici anni e il prelievo serviva per una questione burocratica: un certificato di "sana e robusta costituzione" necessario per l'ammissione alla scuola superiore. Uscendo dal laboratorio Fosco era quasi svenuto. Poche altre volte nei suoi 35 anni di vita si era sottoposto a prelievi. Li aveva sempre evitati volentieri ma poi, con un po' di sforzo, si era andato man mano abituando. E da quando, a 30 anni, si era trasferito a nord delle Alpi Fosco si era convinto a fare un prelievo di controllo ogni anno. Tutti i valori erano sempre a posto. L'ultimo prelievo lo aveva fatto un mese prima e non risultava alcuna anomalia. L'anno precedente invece di prelievi ne aveva fatti due. Oltre a quello solito di controllo infatti ne aveva voluto fare anche un altro per farsi tipizzare. C'era stato un caso tra i suoi conoscenti. Si era scoperto che quattro fratelli erano affetti da un rara malattia genetica. E Fosco fu tra quelli che risposero all'appello del padre dei bambini: "I miei bambini potranno sopravvivere solo grazie a un trapianto di midollo. Per favore, fatevi tipizzare." E ora era lui che sarebbe potuto sopravvivere solo grazie a un trapianto di midollo. A questo pensava Fosco quando l'infermiera gli disse: "Nicht erschrecken", non si spaventi, mentre gli spruzzava il disinfettante sulla parte centrale dell'avambraccio. E poi "Es kommt ein Pieks", arriva una puntura, mentre gli perforava pelle e vena con la cannula. Fu meno doloroso di quello che pensava. Ma Fosco era abbastanza sicuro che quelle parole avrebbe dovute ascoltarle molte volte ancora e che nei giorni successivi sarebbe andato ben oltre una semplice flebo.
- Ho già parlato con i medici della clinica ematologica - gli aveva detto la dottoressa. - È una delle migliori del paese. Se vuole può andare oggi stesso.
- È strano - disse Fosco uscendo dall’ambulatorio - adesso mi sento molto meglio rispetto a qualche ora fa. Mi sento sollevato. Nonostante la diagnosi.
- Be', almeno adesso sappiamo che c'è una cura che funziona. Ma io forse mi sono persa qualche pezzo di quello che ha detto la dottoressa.
- Da quello che ho capito la terapia sarà un po' lunga. Mi ha pure detto che perderò i capelli - disse Fosco passandosi una mano tra la folta capigliatura riccioluta.
Tornati a casa Fosco aveva voluto farsi scattare una fotografia.
- Voglio lasciare un'ultima immagine di me: com'ero immediatamente prima dell'inizio della giostra. - E poi si era messo in posa accanto a quel mazzo di fiori che aveva comprato qualche giorno prima. Con la consapevolezza che non sarebbe stato mai più l'uomo di quel momento.
Varcando la porta d'ingresso della clinica Fosco pensò che quella era la prima volta che entrava in un ospedale come paziente. Quel fastidioso odore di disinfettante gli riempì immediatamente le narici, e come sempre nel passato gli provocò una sensazione di disagio. Ma oggi quel disagio era molto più forte. Sconfinava nella paura.
Chissà quanto tempo dovrò rimanere qui - si chiese.
- Nel reparto non ci sono letti liberi - gli dissero all'accettazione. - Per una notte dovrà pernottare nel reparto trapianti.
Un'infermiera li ricevette davanti alla porta chiusa del reparto. Mostrò loro l'interruttore per aprire la prima porta, i camici e le mascherine da indossare, il dosatore di disinfettante per le mani e l'interruttore per aprire la seconda porta.
- Buongiorno Herr Chiellini. Io sono Doktor Strauß - gli disse un gigante stringendogli energicamente la mano. Poi li condusse alla camera assegnata a Fosco. Il grande spazio vuoto di quella camera con un solo letto accrebbe il livello d'inquietudine di Fosco. Quando il dottore tornò Sara stava carezzando la testa di Fosco: un castano cespuglio di capelli che copriva quel cuscino troppo sottile. Il gigante teneva in mano diversi fogli.
- Per curare il suo tipo di leucemia sarà necessario un trapianto - disse Doktor Strauß.
Quella parola riecheggiò nella testa di Fosco - trapianto, trapianto - perdendo un pezzo di significato ad ogni rimbalzo - trapianto, trapianto. Un senso d'irrealtà lo pervase. Poi di colpo la parola riemerse dagli abissi dell'inconscio proiettando intorno a se un caleidoscopio d'immagini. Sale operatorie, camici verdi e mascherine, bisturi, scrigni contenenti organi, trasporti in elicottero. E infine essa si materializzò in un suono vacillante sostenuto da un respiro spezzettato: - Un trapianto... - Mentre il pensiero di Fosco accompagnava quel suono con un contrappunto veloce ed ossessivo: sta succedendo a me, sta succedendo a me, sta succedendo a me.
- Ma la dottoressa aveva parlato solo di chemioterapia - riuscì a dire infine.
- Sì, quello è il protocollo per le leucemie a basso rischio, ma nel suo caso non funzionerebbe. La sua è una leucemia ad alto rischio in quanto i globuli bianchi della prima analisi erano più di quarantamila.
Alto rischio! L'espressione gli provoco una nuova tempesta interiore seguita da sforzo subconscio di dissimulazione.
- E quando dovrò essere operato?
- Il trapianto di midollo osseo non prevede operazioni. Fosco guardò Sara smarrito. Poi si voltò di nuovo verso Doktor Strauß.
- Il trapianto di midollo osseo - riprese il dottore - si effettua attraverso un'infusione di cellule staminali midollari prelevate dal sangue di un donatore.
- Quindi mi inietterete queste cellule staminali nella spina dorsale?
- No, quello è il midollo spinale. È un'altra cosa. Non c'entra nulla con il midollo osseo. Diciamo che dal suo punto di vista sarà come ricevere una trasfusione sanguigna. Ma prima dovrà subire alcuni cicli di chemioterapie e radioterapie per eliminare le cellule maligne e poi un ciclo finale per eliminare tutto il suo midollo. Solo allora le inietteremo in vena una sacca di cellule staminali che, se tutto andrà bene, troveranno da sole la strada per andare a posizionarsi nel luogo giusto e poter così ricostruire il suo midollo. Ma qui troverà tutte le spiegazioni e anche i moduli da firmare per il consenso - concluse il dottore porgendogli il pacco di carte che aveva in mano.
In quel momento entrò un'infermiera con una flebo e il dottore li lasciò. A Fosco non era mai stata applicata una flebo prima di allora. La sola vista di aghi e cannule gli aveva sempre provocato un certo disagio. Di colpo gli tornò in mente il suo primo prelievo di sangue. Aveva quattordici anni e il prelievo serviva per una questione burocratica: un certificato di "sana e robusta costituzione" necessario per l'ammissione alla scuola superiore. Uscendo dal laboratorio Fosco era quasi svenuto. Poche altre volte nei suoi 35 anni di vita si era sottoposto a prelievi. Li aveva sempre evitati volentieri ma poi, con un po' di sforzo, si era andato man mano abituando. E da quando, a 30 anni, si era trasferito a nord delle Alpi Fosco si era convinto a fare un prelievo di controllo ogni anno. Tutti i valori erano sempre a posto. L'ultimo prelievo lo aveva fatto un mese prima e non risultava alcuna anomalia. L'anno precedente invece di prelievi ne aveva fatti due. Oltre a quello solito di controllo infatti ne aveva voluto fare anche un altro per farsi tipizzare. C'era stato un caso tra i suoi conoscenti. Si era scoperto che quattro fratelli erano affetti da un rara malattia genetica. E Fosco fu tra quelli che risposero all'appello del padre dei bambini: "I miei bambini potranno sopravvivere solo grazie a un trapianto di midollo. Per favore, fatevi tipizzare." E ora era lui che sarebbe potuto sopravvivere solo grazie a un trapianto di midollo. A questo pensava Fosco quando l'infermiera gli disse: "Nicht erschrecken", non si spaventi, mentre gli spruzzava il disinfettante sulla parte centrale dell'avambraccio. E poi "Es kommt ein Pieks", arriva una puntura, mentre gli perforava pelle e vena con la cannula. Fu meno doloroso di quello che pensava. Ma Fosco era abbastanza sicuro che quelle parole avrebbe dovute ascoltarle molte volte ancora e che nei giorni successivi sarebbe andato ben oltre una semplice flebo.
sabato, luglio 28, 2012
Zone di guerra
Settembre 2001
Mercoledì 19 era stato il giorno peggiore della sua vita.
L'incertezza lo dilaniava. Le letture lo sprofondavano nel baratro. Il dubbio lo lacerava e lo condannava alla sofferenza solitaria imprigionandogli i sentimenti nel silenzio.
Per un po' si era voluto illudere che la seconda ipotesi potesse essere quella giusta. Ma durante una delle decine di letture compulsive vide un indizio. Immediatamente una voragine gli si aprì nel petto. E il cuore cominciò a combattere per non sprofondarci. I movimenti del torace erano i segni esteriori di quella battaglia.
Non può essere!
Lesse di nuovo.
No! Come nei peggiori incubi!
Aveva scritto, aveva pianto incredulo, si era inginocchiato, aveva imprecato, aveva pregato da agonistico sopraffatto dalla disperazione.
Che ne sarà di me? Sarà una condanna definitiva? O avrò una possibilità d'appello? E se ci sarà un appello quanta sofferenza porterà con se. Come faranno i miei? E Sara? Come farà Sara?
Le immagini di un film gli attraversarono la mente.
Sì, se muoio vorrei tornare a trovarla. Di tanto in tanto. Per darle una carezza. Per farle forza.
Quando lei era tornata in casa non aveva voluto dirle nulla di quell'indizio. Chissà forse pure lei era giunta alle stesse conclusioni.
La notte insonne fu l'inevitabile preludio all'appuntamento con Frau Doktor Licht.
Giovedì mattina l'assistente della dottoressa lo chiamò:
- Herr Chiellini, la dottoressa vorrebbe vederla a mezzogiorno.
- Va bene, grazie. Lei sa già quali sono i risultati?
- No, dovrà parlare con la dottoressa.
- Ho capito. Grazie.
- Se la notizia fosse stata buona me l'avrebbe data subito no? - disse dopo aver riagganciato.
- Non lo so - rispose Sara con dolcezza. - Lo sapremo tra poco.
Raggiunsero l'ambulatorio camminando sotto il sole. - Si accomodino, prego.
Nella sala d'attesa c'erano tre pazienti. Dopo pochi minuti una signora uscì dalla sala visite seguita dalla dottoressa. I muscoli di Fosco si contrassero.
Ora chiama me. Si tratta di una comunicazione importante. Gli altri possono aspettare.
La dottoressa chiamò il signore col bastone mentre l'orologio della chiesa scoccava dodici rintocchi. Sara lo consolò con un sorriso.
Dopo un'eternità il signore col bastone uscì e fu la volta del secondo paziente: una signora dai capelli violacei. Durante l'interminabile visita della signora il citofono suonò. Entrò un quarantenne in giacca, cravatta e ventiquattrore di pelle. Pingue e sudaticcio attraversò il corridoio e si presentò all'assistente della dottoressa. Era il rappresentante di una casa farmaceutica. Il terzo paziente fu chiamato nella sala visite. Fosco guardò l'orologio. Ancora venti o trenta minuti al massimo e sarebbe stato chiamato. Ma se la notizia fosse stata buona mi avrebbe fatto aspettare così tanto? Sara gli sfiorò una mano. Sembrava avergli letto nel pensiero. Il rappresentante aveva aperto la ventiquattrore e scartabellava tra i suoi fogli. Fosco lo guardò ed ebbe un sussulto. Fa che non chiami lui prima di me. Quando anche l'era del terzo paziente fu terminata la dottoressa uscì con lo sguardo inequivocabilmente rivolto verso il rappresentante di medicinali.
- Porca puttana! - sibilò Fosco.
- Lo so, è difficile, ma cerca di stare calmo - sussurrò Sara carezzandogli il viso.
Erano rimasti solo loro in quella giornata di fine estate stranamente calda e soleggiata per quelle latitudini. Loro e l'assistente che apriva le finestre per arieggiare l'ambulatorio. Fosco si alzò e si portò di fronte alla finestra. Dalla vicina porta della sala visite filtravano le voci indistinte della dottoressa e del rappresentante. L'orologio della chiesa scoccò un unico rintocco: quello piccolo. Due merli si rincorrevano svolazzando su e giù, azzuffandosi e distanziandosi tra i rami degli alberi e l'erba del giardino. Le braccia di Sara lo cinsero da dietro.
- Vorrei essere come loro - sussurrò Fosco posando le sue mani su quelle di Sara.
- Herr Chiellini, si accomodi prego.
La dottoressa sedeva di fronte a loro oltre la scrivania. Li salutò, guardò lo schermo e poi si volto verso Fosco con volto sereno.
- Con i dati che abbiamo adesso è possibile formulare la diagnosi definitiva. Non si tratta di una mononucleosi. Lei ha una leucemia linfatica acuta.
Una vertigine pietrificò il corpo di Fosco per un istante. Era l'ultimo anelito di speranza inconscia che lo abbandonava. Poi andò a cercare la mano di Sara. Le dita dei due si serrarono in una stretta indissolubile.
Sono entrato in una zona di guerra, pensò Fosco fissando la dottoressa.
Mercoledì 19 era stato il giorno peggiore della sua vita.
L'incertezza lo dilaniava. Le letture lo sprofondavano nel baratro. Il dubbio lo lacerava e lo condannava alla sofferenza solitaria imprigionandogli i sentimenti nel silenzio.
Per un po' si era voluto illudere che la seconda ipotesi potesse essere quella giusta. Ma durante una delle decine di letture compulsive vide un indizio. Immediatamente una voragine gli si aprì nel petto. E il cuore cominciò a combattere per non sprofondarci. I movimenti del torace erano i segni esteriori di quella battaglia.
Non può essere!
Lesse di nuovo.
No! Come nei peggiori incubi!
Aveva scritto, aveva pianto incredulo, si era inginocchiato, aveva imprecato, aveva pregato da agonistico sopraffatto dalla disperazione.
Che ne sarà di me? Sarà una condanna definitiva? O avrò una possibilità d'appello? E se ci sarà un appello quanta sofferenza porterà con se. Come faranno i miei? E Sara? Come farà Sara?
Le immagini di un film gli attraversarono la mente.
Sì, se muoio vorrei tornare a trovarla. Di tanto in tanto. Per darle una carezza. Per farle forza.
Quando lei era tornata in casa non aveva voluto dirle nulla di quell'indizio. Chissà forse pure lei era giunta alle stesse conclusioni.
La notte insonne fu l'inevitabile preludio all'appuntamento con Frau Doktor Licht.
Giovedì mattina l'assistente della dottoressa lo chiamò:
- Herr Chiellini, la dottoressa vorrebbe vederla a mezzogiorno.
- Va bene, grazie. Lei sa già quali sono i risultati?
- No, dovrà parlare con la dottoressa.
- Ho capito. Grazie.
- Se la notizia fosse stata buona me l'avrebbe data subito no? - disse dopo aver riagganciato.
- Non lo so - rispose Sara con dolcezza. - Lo sapremo tra poco.
Raggiunsero l'ambulatorio camminando sotto il sole. - Si accomodino, prego.
Nella sala d'attesa c'erano tre pazienti. Dopo pochi minuti una signora uscì dalla sala visite seguita dalla dottoressa. I muscoli di Fosco si contrassero.
Ora chiama me. Si tratta di una comunicazione importante. Gli altri possono aspettare.
La dottoressa chiamò il signore col bastone mentre l'orologio della chiesa scoccava dodici rintocchi. Sara lo consolò con un sorriso.
Dopo un'eternità il signore col bastone uscì e fu la volta del secondo paziente: una signora dai capelli violacei. Durante l'interminabile visita della signora il citofono suonò. Entrò un quarantenne in giacca, cravatta e ventiquattrore di pelle. Pingue e sudaticcio attraversò il corridoio e si presentò all'assistente della dottoressa. Era il rappresentante di una casa farmaceutica. Il terzo paziente fu chiamato nella sala visite. Fosco guardò l'orologio. Ancora venti o trenta minuti al massimo e sarebbe stato chiamato. Ma se la notizia fosse stata buona mi avrebbe fatto aspettare così tanto? Sara gli sfiorò una mano. Sembrava avergli letto nel pensiero. Il rappresentante aveva aperto la ventiquattrore e scartabellava tra i suoi fogli. Fosco lo guardò ed ebbe un sussulto. Fa che non chiami lui prima di me. Quando anche l'era del terzo paziente fu terminata la dottoressa uscì con lo sguardo inequivocabilmente rivolto verso il rappresentante di medicinali.
- Porca puttana! - sibilò Fosco.
- Lo so, è difficile, ma cerca di stare calmo - sussurrò Sara carezzandogli il viso.
Erano rimasti solo loro in quella giornata di fine estate stranamente calda e soleggiata per quelle latitudini. Loro e l'assistente che apriva le finestre per arieggiare l'ambulatorio. Fosco si alzò e si portò di fronte alla finestra. Dalla vicina porta della sala visite filtravano le voci indistinte della dottoressa e del rappresentante. L'orologio della chiesa scoccò un unico rintocco: quello piccolo. Due merli si rincorrevano svolazzando su e giù, azzuffandosi e distanziandosi tra i rami degli alberi e l'erba del giardino. Le braccia di Sara lo cinsero da dietro.
- Vorrei essere come loro - sussurrò Fosco posando le sue mani su quelle di Sara.
- Herr Chiellini, si accomodi prego.
La dottoressa sedeva di fronte a loro oltre la scrivania. Li salutò, guardò lo schermo e poi si volto verso Fosco con volto sereno.
- Con i dati che abbiamo adesso è possibile formulare la diagnosi definitiva. Non si tratta di una mononucleosi. Lei ha una leucemia linfatica acuta.
Una vertigine pietrificò il corpo di Fosco per un istante. Era l'ultimo anelito di speranza inconscia che lo abbandonava. Poi andò a cercare la mano di Sara. Le dita dei due si serrarono in una stretta indissolubile.
Sono entrato in una zona di guerra, pensò Fosco fissando la dottoressa.
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