domenica, maggio 10, 2026

L’italiano, la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, rischia di ridursi a dialetto

L'inglese sta sostituendo l'italiano nei settori nevralgici della società. Non è più solo una questione di termini alla moda, ma di sopravvivenza culturale. Diventeremo un "dialetto" d'uso domestico?

Barbara Malaisi analizza questo scenario critico nel suo articolo L’italiano che rischia di svanire, dove delinea uno scenario critico per la lingua italiana, che rischia di perdere la sua funzione di lingua di cultura.


L'inglese come lingua "di potere" e l'arretramento dell'italiano

L'analisi evidenzia come l'italiano stia scomparendo dai luoghi dove si produce il futuro: la ricerca scientifica, l'università, l'economia e la tecnologia. In questi ambiti, l'inglese è diventato lo standard assoluto. L'italiano sembra reggere solo nell'istruzione di base, ma crolla non appena si sale verso i livelli più alti della produzione intellettuale.

Citazioni significative a supporto del tema:

  1. Sulla perdita di capacità creativa:
    "Economia, tecnologia, moda e intrattenimento parlano ormai inglese, ma la questione non riguarda soltanto il lessico: si allarga alla capacità di generare idee, immaginari, visioni."
  2. «Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina». È una frase del linguista Max Weinreich che funziona benissimo per spiegare la diffusione del francese, dello spagnolo, del portoghese, del russo e, soprattutto, dell’inglese ma che non funziona per l’italiano, che si è imposto attraverso la forza della letteratura e del prestigio culturale.
    Dante, Petrarca e Boccaccio hanno costruito un modello linguistico che, grazie alla mediazione di
    Pietro Bembo e poi dell’Accademia della Crusca, fondata nel 1583, ha resistito per secoli come punto di riferimento normativo.
    Il Vocabolario della Crusca, pubblicato a Venezia nel 1612, fu il primo dizionario monolingue di un idioma moderno, modello per quelli in francese, spagnolo e tedesco che vennero dopo.
    Un primato di cui, sottolinea Paolo D’Achille, dovremmo andare fieri.
  3. Sull'invasione dei modelli mentali:
    "L’Italia, in questa lettura, non sta soltanto importando parole straniere ma i modelli concettuali che quelle parole portano con sé."
  4. Il paragone storico con il declino del latino:
    "Sopravvive a scuola per l’alfabetizzazione di base ma cede ai livelli più avanzati. È esattamente ciò che accadde al latino nell’età del basso impero: si frantumò lentamente in una costellazione di parlate volgari."
  5. Sull'identità nazionale:
    "Un’ironia amara: si crea un ambiente universitario anglofono per essere più competitivi a livello globale e il risultato è che si formano giovani laureati meglio attrezzati per vivere e lavorare altrove. Il confronto a livello europeo è impietoso.
    Se altri Paesi, come la Spagna o la Francia, hanno istituzioni che svolgono un ruolo attivo nella definizione delle politiche linguistiche e difendono la lingua nei contesti istituzionali,
    in Italia questo livello di intervento non è mai esistito in modo sistematico.
    Le ragioni sono storiche: il peso delle politiche linguistiche del fascismo ha lasciato nel dopoguerra una diffidenza duratura verso qualsiasi forma di interventismo statale sulla lingua. Il cuore del problema tuttavia sono i fenomeni più sottili e meno visibili. Economia, tecnologia, moda e intrattenimento parlano ormai inglese, ma la questione non riguarda soltanto il lessico: si allarga alla capacità di generare idee, immaginari, visioni.
    La lingua non è solo uno strumento di comunicazione. È il modo in cui un popolo pensa, immagina, costruisce il proprio futuro. Perderla o anche solo ridimensionarla significa smarrire una parte di ciò che si è."

Conclusione

L'articolo funge da monito: la lingua è l'architettura del pensiero. Se l'Italia continua a rinunciare alla propria lingua per descrivere la scienza e l'economia, rinuncerà inevitabilmente anche alla propria capacità di pensare in modo autonomo e originale, diventando un fruitore passivo di culture e modelli altrui.

Articolo intero: L’italiano che rischia di svanire.

martedì, aprile 14, 2026

Papa Prevost e Trump: virgolettati, fraintendimenti e realtà

In questi giorni sono circolati virgolettati delle parole di Papa Prevost che mi sembravano poco plausibili. Cose del tipo “Trump non mi fa paura” o, addirittura, “Trump, non mi fai paura”.

Poco plausibili, perché sarebbe stato un errore grossolano da molti punti di vista.

Infatti, pare che la realtà della sua dichiarazione sia sostanzialmente diversa.

Prima di tutto, sembra che Prevost abbia detto che non intendeva rispondere a Trump. (Tra l’altro, pare che non abbia mai fatto esplicitamente il nome di Trump).

Poi, pressato dall’insistenza dei giornalisti che gli chiedevano se avesse paura dell’amministrazione Trump, ha risposto: «No, non ne ho paura. Non ho paura di proclamare a voce alta il messaggio del Vangelo, che è quello che credo di dover essere qui a fare e per cui la Chiesa è qui. Noi non siamo politici, non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva ma come costruttori di pace».

Nella mente di Umberto Eco

Il viaggio in una mente prodigiosa, come poche altre. Così Alessandro Baricco ricordava Umberto Eco.

“Era il più grande. Lo era in uno sport particolare che ad alcuni può sembrare un lusso noioso come il polo. E che invece può essere incantevole. Lo dico senza vergogna. Fare gli intellettuali. Forse ad alcuni sono sfuggite le regole, quindi le ricordo. Si vince quando si comprende, racconta o nomina il mondo. Fine. Periodicamente, in quello sport, arriva a qualcuno che non si limita a giocare da Dio. Quelli entrano in campo, giocano, e quando escono il campo non è più lo stesso. Non nel senso che lo hanno rovinato. Nel senso che, nessuno prima di loro, aveva pensato a usarlo in quel modo. Nessuno aveva visto prima quelle traiettorie, quella velocità, quelle tattiche, quella leggerezza, quella precisione.”

Consiglio l’ascolto di questa serie radiofonica.

martedì, marzo 31, 2026

Oggi ho sentito parlare per la prima volta di cicchetteria. Mi fa piacere che, una volta tanto, invece di usare i soliti triti e ritriti anglicismi, si faccia uso di un po’ di creatività e si affermi un termine attinto dal nostro enorme patrimonio linguistico e dialettale. Ecco come l’intelligenza artificiale definisce la cicchetteria.

Una cicchetteria è un tipico locale, originario di Venezia e diffuso in Veneto, specializzato nel servire cicchetti. Si tratta di osterie informali, spesso chiamate bacari, dove si consumano stuzzichini tipici (cibo a piccole quantità, spesso fritto o su fette di pane) accompagnati da calici di vino (“ombra”) o spritz, mangiando solitamente in piedi o al bancone.

Caratteristiche Principali:
Significato di Cicchetto: Il termine deriva dal latino ciccus (“piccola quantità”), indicando assaggi gastronomici che ricordano le tapas spagnole.
Contesto: È il luogo ideale per l’aperitivo veneziano o uno spuntino veloce, frequentato sia da locali che da turisti.
Cibo Tipico: Mozzarella in carrozza, baccalà mantecato, sarde in saor, polpette di carne o pesce, e folpetti.
Atmosfera: Informale, conviviale e radicata nella tradizione, spesso senza sedie né tavolini, ideale per un’esperienza di “bacaro tour”.

mercoledì, marzo 11, 2026

Riflessioni sull'uso politico della famiglia del bosco

Dicono di difendere i bambini ma li usano per attaccare giudici e istituzioni.È questo il vero scandalo.
I fatti precisi non sono noti a me, né a voi che leggete, né ai politici, né alla Presidente del Consiglio. Sono noti solo ai pochi tecnici che li hanno valutati in base alla legge. E tali devono rimanere. “Nessuno dovrebbe saperne nulla perché ci sono di mezzo dei minori.”
Eppure tutti parlano. Tutti pontificano. Tutti usano parole come bambini, amore, famiglia mentre fanno tutt’altro.
In questo podcast, Luca Bizzarri fa una cosa ormai rarissima: rifiuta di commentare fatti che non conosciamo, ma parla dell’uso politico di una vicenda che coinvolge minori.
Mi trovo d’accordo con lui parola per parola.
“Qui non si sta difendendo nessun bambino, si sta usando la parola bambini per fare un’altra battaglia.”
Il punto non è chi abbia ragione, ma chi sta violando le regole:
– chi attacca i giudici senza conoscere i fatti
– chi trasforma una vicenda coperta da segreto in propaganda
– chi finge di difendere i minori mentre li sbatte in prima pagina

Chi parla di amore e famiglia calpesta il primo diritto da difendere: quello dei ragazzi a non diventare propaganda.
“Non c’è niente di più osceno di un adulto che dice di proteggere un minore nel momento esatto in cui lo espone.”
Uno Stato di diritto serve anche a questo. Il resto è solo rumore e bieca propaganda.


Ep.824 - La famiglia sui giornali

martedì, marzo 03, 2026

La musica occidentale: un classico senza apporto dei classici - un mio articolo per La scienza espressa

Oggi su La scienza espressa – Scienza Express edizioni compare un mio articolo/recensione su musica occidentale come classico senza apporto dei classici e sul saggio di Baricco come esempio di maieutica socratica.

 Perché la musica colta occidentale è diversa da tutte le altre arti?

Mentre pittura, scultura e letteratura hanno potuto costruirsi sulle rovine visibili del mondo greco-romano, la musica si è trovata davanti a un vuoto: nessun repertorio antico da suonare, nessuna opera fondativa da cui ripartire.

In questo articolo rifletto su come la tradizione musicale europea abbia dovuto “inventare” la propria classicità e su come la lettura della Breve storia eretica della musica classica di Alessandro Baricco mi abbia aiutato a rendere esplicita una consapevolezza che possedevo solo in forma implicita.