L'inglese sta sostituendo l'italiano nei settori nevralgici della società. Non è più solo una questione di termini alla moda, ma di sopravvivenza culturale. Diventeremo un "dialetto" d'uso domestico?
Barbara Malaisi analizza questo scenario critico nel suo articolo L’italiano che rischia di svanire, dove delinea uno scenario critico per la lingua italiana, che rischia di perdere la sua funzione di lingua di cultura.
L'analisi evidenzia come l'italiano stia scomparendo dai luoghi dove si produce il futuro: la ricerca scientifica, l'università, l'economia e la tecnologia. In questi ambiti, l'inglese è diventato lo standard assoluto. L'italiano sembra reggere solo nell'istruzione di base, ma crolla non appena si sale verso i livelli più alti della produzione intellettuale.
Citazioni significative a supporto del tema:
- Sulla perdita di capacità creativa:
"Economia, tecnologia, moda e intrattenimento parlano ormai inglese, ma la questione non riguarda soltanto il lessico: si allarga alla capacità di generare idee, immaginari, visioni."
- “«Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina». È una frase del linguista Max Weinreich che funziona benissimo per spiegare la diffusione del francese, dello spagnolo, del portoghese, del russo e, soprattutto, dell’inglese ma che non funziona per l’italiano, che si è imposto attraverso la forza della letteratura e del prestigio culturale.
Dante, Petrarca e Boccaccio hanno costruito un modello linguistico che, grazie alla mediazione diPietro Bembo e poi dell’Accademia della Crusca, fondata nel 1583, ha resistito per secoli come punto di riferimento normativo.
Il Vocabolario della Crusca, pubblicato a Venezia nel 1612, fu il primo dizionario monolingue di un idioma moderno, modello per quelli in francese, spagnolo e tedesco che vennero dopo.
Un primato di cui, sottolinea Paolo D’Achille, dovremmo andare fieri. - Sull'invasione dei modelli mentali:
"L’Italia, in questa lettura, non sta soltanto importando parole straniere ma i modelli concettuali che quelle parole portano con sé." - Il paragone storico con il declino del latino:
"Sopravvive a scuola per l’alfabetizzazione di base ma cede ai livelli più avanzati. È esattamente ciò che accadde al latino nell’età del basso impero: si frantumò lentamente in una costellazione di parlate volgari." - Sull'identità nazionale:
"Un’ironia amara: si crea un ambiente universitario anglofono per essere più competitivi a livello globale e il risultato è che si formano giovani laureati meglio attrezzati per vivere e lavorare altrove. Il confronto a livello europeo è impietoso.
Se altri Paesi, come la Spagna o la Francia, hanno istituzioni che svolgono un ruolo attivo nella definizione delle politiche linguistiche e difendono la lingua nei contesti istituzionali, in Italia questo livello di intervento non è mai esistito in modo sistematico.
Le ragioni sono storiche: il peso delle politiche linguistiche del fascismo ha lasciato nel dopoguerra una diffidenza duratura verso qualsiasi forma di interventismo statale sulla lingua. Il cuore del problema tuttavia sono i fenomeni più sottili e meno visibili. Economia, tecnologia, moda e intrattenimento parlano ormai inglese, ma la questione non riguarda soltanto il lessico: si allarga alla capacità di generare idee, immaginari, visioni.
La lingua non è solo uno strumento di comunicazione. È il modo in cui un popolo pensa, immagina, costruisce il proprio futuro. Perderla o anche solo ridimensionarla significa smarrire una parte di ciò che si è."
Conclusione
L'articolo funge da monito: la lingua è l'architettura del pensiero. Se l'Italia continua a rinunciare alla propria lingua per descrivere la scienza e l'economia, rinuncerà inevitabilmente anche alla propria capacità di pensare in modo autonomo e originale, diventando un fruitore passivo di culture e modelli altrui.
Articolo intero: L’italiano che rischia di svanire.
