lunedì, giugno 29, 2015

New York 3: MoMA e Greenwich Village

Domenica 7 giugno

Dopo Harlem visitiamo il MoMA che raccoglie un impressionante quantità e varietà di dipinti e sculture per un periodo che va della fine dell'ottocento agli anni '80 del novecento.
Oltre a Warhol c'è Van Gogh, Lichtenstein, Dalì, Pollock, Picasso, Boccioni, De Chirico, Modigliani e altri italiani che non conoscevo come Michelangelo Pistoletto e Pino Pascali con la loro arte povera.

Trascorriamo diverse ore a girovagare per il MoMA. È molto difficile rinunciare a soffermarsi davanti a tali capolavori. Tuttavia, nel pomeriggio, decidiamo di saltare l'ultimo piano che ospita un'esposizione monografica su Yoko Ono. Ma quando raggiungiamo G, D e A, che avevano lasciato il MoMA prima di noi, veniamo a sapere che anche quel piano era molto interessante. E soprattutto i video con John Lennon. Senza soffermarmi sui dettagli dirò solo che quei video diventeranno uno dei tormentoni del viaggio.

Proseguendo insieme verso la quinta strada ci troviamo di fronte la cattedrale di San Patrizio dove l'arcivescovo di New York, Timothy Dolan, sta celebrando la messa speciale del Corpus Domini.
Tutto sembra organizzato quasi come se si trattasse di un evento aziendale: con volantini descrittivi dell'evento e grossi schermi appesi a ogni colonna della cattedrale neogotica sui quali il registra mostra le immagini della celebrazione.
Ci rechiamo quindi insieme al Rockefeller Center dove noto la curiosità di questi agrumi disposti al centro delle aiuole.
Prendiamo quindi la metropolitana per raggiungere il Greenwich Village. E lì, all'uscita della metro c'è un tubista che suona con un cartello con su scritto "fuck Republicans". E sotto l'arco della Washington Square c'è un pianista che suona un pianoforte a coda e un ballerino nero che balla e coinvolge il pubblico. E oltre la piazza c'è una chiesa romanica.
New York è unica ma anche molteplice. Un po' Londra e un po' Napoli. Un po' Amsterdam e un po' Parigi. Un po' Pechino e un po' Roma. E come quest'ultima ai tempi dell'impero è un coacervo di contraddizioni: servi della gleba e signori della Terra, razze e lingue diverse, religioni e cibi diversi. È tante città, passate, presenti e future che convergono in una. E per il resto è unicamente New York.

Concludiamo la serata passeggiando per il Greenwich Village e per cena andiamo in un ristorante vietnamita dove troviamo una cameriera scortese, fatto abbastanza inconsueto in questo paese, e cibo mediocre. Forse la folla di giovani che ci aveva fatto presagire bene è lì solo per i prezzi bassi.



A colloquio di lavoro con un algoritmo: le leggi della robotica

Alla fine dell'edizione delle 8:45 del GR3 di oggi c'era un'intervista a un esperto di informatica/robotica. Non ho capito bene chi fosse. Parlavano della notizia dell' "algoritmo che sostituirebbe l'essere umano nei colloqui di lavoro" (questa qui credo. Probabilmente presa, come spesso succede, dalla stampa americana).
A conclusione dell'intervista ho sentito l'esperto pronunciare parole simili a queste: "Non dobbiamo demonizzare le macchine perché, come ci ha insegnato Asimov con le tre leggi della robotica, una macchina non può mai far del male a un essere umano"

Spero di aver capito male. Volevo riascoltare il GR, ma sul sito che ho trovato la puntata non c'è. Qualcuno ha sentito l'intervista o sa come recuperarla?

giovedì, giugno 25, 2015

Per gli americani che credono sia una loro invenzione: la pizza

Alcuni fatti riportati qui: La Pizza Margherita - Wikiradio del 24/06/2015.

La parola pizza in forma scritta compare per la prima volta più di 1000 anni fa, nel 997, in un contratto di locazione di un mulino che si conserva nell'archivio del Duomo di Gaeta.

Il pomodoro arrivò in Europa dall'America intorno al '500 ma ci vollero altri duecento anni prima che lo si cominciasse a coltivare e a mangiare. 
I napoletani, spinti dalla fame, erano più propensi a sperimentare cibi al limite del commestibile e così furono tra i primi a mangiarlo e presto lo usarono per condire la pizza già venduta nei vicoli ma fino ad allora bianca.

Sembra che la primogenitura della Margherita non sia veramente quella da tutti ricordata. Ma sappiamo bene che spesso la tradizione è più importante della realtà.

La pizza in America l'hanno portata i pizzaioli napoletani che, verso la fine dell'ottocento, cominciarono ad affollare le strade di Little Italy "con la 'fornacella' sulla testa e lanciando per le vie il loro richiamo".

Nonostante ciò devo confessare che, se si va nei posti giusti, anche negli Stati Uniti si può provare una buona pizza. Non sarà come quella delle migliori pizzerie di Napoli ma di certo è molto meglio dell'imitazione che i nostri connazionali propongono qui nelle terre teutoniche. Sempre che io in questi 16 anni non mi sia perso qualche pezzo importante.


mercoledì, giugno 24, 2015

Preannunciazió preannunciazió: Carnevale della matematica di luglio

Il 14 luglio l'87-esima edizione del Carnevale della matematica (nome in codice: “il merlo becchetta”) sarà ospitata da me su Pitagora e dintorni. Il tema sarà "Matematica e rinascimento", dove "rinascimento" è inteso in tutti i suoi significati: etimologici e non. Ma, come sempre, tutti i contributi fuori tema andranno benissimo lo stesso.


Lista dei Carnevali presenti, passati e futuri

domenica, giugno 21, 2015

New York 2: Harlem e Midtown

Sabato 6 giugno

Per raggiungere Harlem dall'aeroporto Zucchero e io prendiamo cinque mezzi: autobus, treno, due metropolitane e un taxi. Il che non è particolarmente rilassante quando si è carichi di valigie e dopo un viaggio intercontinentale. Ad aspettarci al Malcolm X Boulevard c'è il padre di Obora (la proprietaria della casa) che abbiamo avvisato telefonicamente. Non è un appartamento di lusso ma è decente e fornito di tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Dopo l'arrivo del resto del gruppo partiamo in direzione Midtown.
Lungo la strada ci imbattiamo in un negozio della NBC e, non riuscendo a frenare gli istinti consumistici (che volete? è proprio la città a suscitarli), compriamo due magliette della nostra serie preferita degli anni '90. Poi ci spostiamo verso l'Empire State Building. Si può visitare Roma per una settimana e non vedere er cupolone? Così decidiamo di levarci subito il pensiero e, dopo il volo intercontinentale e la via crucis verso Harlem, decidiamo di scalare pure il grattacielo.
Senonché, passando nelle vicinanze di Time Square, non riusciamo a resistere al richiamo delle moderne sirene: mega insegne luminose animate, variopinte e ipnotiche.
Riusciamo però a liberarci presto e a salire sul grattacielo da cui ci godiamo la vista di Manhattan a 360°. Io l'avevo già scalato nel lontano 2000 ma gli altri no. Ed, eroicamente, lo rifaccio con piacere.




Domenica 7 giugno

Per la mattinata avevamo programmato il MOMA ma la sveglia antelucana da fuso orario posticipato e un malinteso sul programma dell'Abyssinian church di Harlem spinge me e Zucchero a uscire alla ricerca di un gospel. Ma, invece di questo, troviamo una sorta di gruppo di preghiera e terapia di gruppo. Decliniamo gentilmente dicendo ai due signori neri con vestito bianco elegante che cercavamo altro. Il girovagare mattutino ci ha comunque regalato begli scorci di Harlem.
Da quello che capisco attraverso letture e osservazioni Harlem è passato da insediamento olandese, da cui il nome "Nieuw Haarlem", a sito di fattorie, per essere poi sede di un "rinascimento di Harlem" e diventare anche uno dei centri newyorchesi del jazz; quindi uno dei luoghi più pericolosi di Manhattan e infine luogo del "nuovo 'rinascimento', con una migliore qualità della vita, più lavoro per tutti, meno criminalità e uno spiccato ritorno alla diffusione della cultura afroamericana. Questo sta portando a un processo di gentrificazione di molte zone che sta facendo crescere i costi delle case e soprattutto degli affitti, creando disagi notevoli alla popolazione residente."
Insomma, in altre parole, si possono trovare dei paralleli anche tra Harlem e Trastevere e forse anche con il Pigneto. Quindi potremmo dire che il Pigneto è un po' l'Harlem de noantri. 

mercoledì, giugno 10, 2015

New York 1

Il viaggio comincia all'insegna del controllo aleatorio (random check) per il quale un colpo di fortuna, probabilmente influenzato dalle impressioni di una cara signora addetta al controllo del biglietto, mi fa selezionare. Oltrepassata infatti la signora un giovane poliziotto mi affianca e mi chiede di seguirlo. Così, invece di trascorrere quell'ultima mezzora a rilassarmi sorseggiando un cappuccino, vengo sottoposto a un'accurata ispezione con tanto di estrazione e palpazione delle solette delle scarpe e controllo della bustina con creme e medicinali. Le due operazioni vengono eseguite nell'ordine suddetto. Spero almeno che i guanti indossati fossero stati sostituiti dopo il passeggero precedente.

L'unica nota sul volo con la Singapore Airlines è che noi viaggiavamo nella quinta di cinque classi. (Che però non costava meno di 1000 lire). E che noi siamo stati degni di gettare uno sguardo solo alla quarta classe mentre scendevamo e ho visto che i posti erano sormontati da una sorta di baldacchini. Non oso immaginare che cosa avessero a disposizione i passeggeri delle tre classi superiori. Circolano voci secondo cui i passeggeri della prima avrebbero a disposizione letti e docce.

Giunti a New York dobbiamo passare per le forche caudine dell'immigrazione. Per Zucchero è la prima volta negli USA ma lei viene ammessa immediatamente senza problemi mentre la guardia giudica la mia foto troppo dissimile da me e mi spedisce al controllo approfondito. Dopo qualche minuto d'attesa mi chiamano a gesti come si chiamerebbe un cagnolino. Mi scrutano. Parlottano tra di loro.
- It was seven years ago...
- Scusate, ma non potreste controllare le impronte digitali appena prese con quelle che avevate preso le altre volte che sono venuto qui?
Mi pare una cosa molto logica da fare. Se coincidono, a meno di un trapianto di dita, non posso essere un'altra persona. Mi ignorano totalmente. È come se non avessi aperto bocca. La guardia sbadiglia: - Oggi ho poca energia avrei bisogno di un caffè - dice. Mi pare un atteggiamento volto a provocare. A farmi perdere la calma. Ci tiene altri dieci minuti. Mi chiama di nuovo a gesti e mi restituisce il passaporto senza proferir parola. - Possiamo andare? - chiede Zucchero. Il tipo annuisce. "Avete il diritto di porre qualsiasi domanda e di parlare con un supervisore", c'è scritto sui manifestini di cui è tappezzata l'area. Ma l'impressione che mi sono fatta è che le domande ammesse siano ben poche e che le conseguenze potrebbero essere poco piacevoli se uno dovesse porre quelle sbagliate. Ad ogni modo, alla fine mi sono chiesto se la mia bella coppola variopinta possa aver contribuito a suscitare diffidenza.

martedì, giugno 02, 2015

Incomunicabilità

Nella mia esperienza di emigrante ho incontrato molte persone che, non avendo mai vissuto l'esperienza di dover dialogare in un'altra lingua, non si rendono conto neppure della difficoltà rappresentate dall'apprendimento in età adulta della "punta dell'iceberg" e non capiscono perché usi espressioni inconsuete, strane, a volte scorrette, a volte eccessivamente corrette. Non si rendono conto che quello che si esprime è una semplificazione dei propri pensieri plasmata su un vocabolario ridotto e approssimativo. Non capiscono che parlare la loro lingua, per proseguire la metafora del gelo, è come camminare sul ghiaccio sottile.
Queste considerazioni che discutevo ieri con Zucchero sono riaffiorate oggi durante la lettura dell'articolo di Licia Corbolante: Iceberg della cultura.
E la considerazione aggiuntiva odierna è stata: se tali persone non si rendono conto delle differenze delle punte dei nostri rispettivi iceberg potranno mai rendersi conto delle differenze sommerse?
Riporto una citazione dall'articolo di Licia Corbolante.

"La punta dell’iceberg rappresenta gli aspetti visibili e più superficiali di una cultura. Hanno regole palesi, codificate e non ambigue: sono ad esempio lingua e leggi.
Tutti questi aspetti sono però manifestazioni esterne di aspetti nascosti della cultura, che costituiscono la parte principale e invisibile dell’iceberg.
Sotto la superficie troviamo aspetti meno oggettivi che possono creare incomprensioni nella comunicazione interculturale. Hanno regole inespresse di cui siamo consci solo quando vengono infrante, come ad es. le tradizioni, la percezione del tempo, la variabilità nell'uso dei saluti, la cortesia, l’uso dei registri e altri aspetti sociolinguistici."

Articolo completo

sabato, maggio 30, 2015

Romeo a Roma

La fighettitudine del locale unita alla baroccaggine della descrizione delle portate, che a tratti scadeva nel ridicolo, mi aveva fatto temere una nuova esperienza tantofumoepocoarrostesca.
E invece oltre al fumo c'era anche molto arrosto. E anche di ottima qualità. Come la burrata e il calamaro ripieno. Ma anche il tiramisù. Perso tra le piacevoli chiacchiere ho dimenticato di fotografare qualche portata. Mi sono ricordato solo alla fine, quando abbiamo ricevuto l'omaggio della casa. Dovrò tornarci.

domenica, maggio 17, 2015

La mia "Musica dei Numeri" letta in classe

Non posso negare di aver gioito quando la professoressa Giovanna Arcadu mi ha fatto sapere dell'interesse suscitato dalla lettura del mio La Musica dei Numeri tra i suoi alunni della II media e di quanto il librino fosse stato utile per la spiegazione e la dimostrazione del Teorema di Pitagora.
"Tadaaa ... :-) Attentissimi, interessati, han colto perfino un refuso che a me era sfuggito", mi ha scritto la professoressa Arcadu su facebook. E, dopo essermi detto lusingato, sono subito partito alla ricerca del refuso. Ma è stata necessaria una nuova consultazione dell'insegnante con la classe per ritrovare la svista: uno scambio di nomi in un passaggio: Cilone al posto di Corebo. Ho prontamente corretto, aggiunto la classe nei ringraziamenti e chiesto a Bookrepublic di ridistribuire il librino nelle librerie digitali (i vantaggi dell'editoria elettronica). Quindi, chi ha acquistato il librino dopo il 3 maggio, grazie agli alunni della seconda media di Pattada (SS), potrà leggere la copia priva del bisticcio di nomi.

La professoressa Arcadu mi ha quindi raccontato per sommi capi l'esperienza di lettura con la classe.
Il tutto è partito dalla decisione di trattare Il Teorema di Pitagora in modalità "WebQuest" con l'obiettivo di far scoprire il teorema agli alunni stessi, sfruttando e rielaborando risorse in rete fornite dall'insegnante tra le quali c'era anche il mio percorso storico-matematico. Faccio sempre i riferimenti storici - dice l'insegnante - perché i ragazzi sono sempre curiosi.
Nell'ambito di questo progetto la professoressa Arcadu ha deciso di leggere in classe La Musica dei Numeri e, per non rovinare il piacere della scoperta del teorema ai suoi ragazzi, ha interrotto la lettura non appena Eratocle chiede a Eurito di disporre i triangoli "in modo tale che le ipotenuse vadano a formare i lati di un quadrato".
- Ora provate a proseguire voi - ha detto la professoressa e i ragazzi hanno costruito su carta i quattro triangoli congruenti.
Poi, diversi alunni sono riusciti a disporli correttamente. E allora l'insegnante ha dato il compito di concludere la dimostrazione a casa. Qualcuno è riuscito ad arrivare alla conclusione che il quadratino centrale ha per lato la differenza delle misure dei cateti.
E due alunni sono persino riusciti a trovare la dimostrazione completa! Quello che vedete qui sotto è il lavoro svolto dall'alunna Alessia per la dimostrazione. Bravissima Alessia!

Altri hanno tentato ma hanno avuto bisogno di una guida per superare le insicurezze.
Ad ogni modo - dice la professoressa Arcadu - quasi tutti ora conoscono bene il teorema di Pitagora e sanno applicarlo alle varie figure piane.1

Giovanna Arcadu mi ha poi raccontato anche del giorno scolastico successivo. Quando ha detto agli alunni della sua decisione di condividere il loro lavoro con me; e gli ha raccontato dei miei complimenti, di quanto fossi stato contento del loro lavoro, e del mio interesse nel cercare di capire quale fosse il refuso.
Poi si è anche parlato di una possibile lettura de La Musica dell'Irrazionale, per la spiegazione di quei numeri il prossimo anno, e di una mia possibile futura visita lì. Spero di riuscire nell'intento!

Per ora mi ha fatto comunque molto piacere sapere che il mio lavoro sia stato usato per facilitare l'apprendimento della matematica per dei giovani alunni. Sarebbe bello se l’esperienza si ripetesse.





1. In questo caso, anche se si sono saltati dei passaggi di verifica, la dimostrazione con il disegno funziona. Ma, come ci ricorda .mau. in "Quando una “dimostrazione” è una dimostrazione?", ci sono casi in cui le cose non funzionano: "La matematica, almeno quella di base, non è poi così difficile se la si sa vedere nel modo giusto: ma bisogna sempre ricordarsi di fare molta attenzione e non prendere per buono un disegno solo perché sembra ben fatto".

giovedì, maggio 14, 2015

Carnevale della Matematica #85

Stavolta è .mau. a ospitare l'edizione di maggio del Carnevale della Matematica.
Io ho contribuito con la Cellula Melodica



e con il mio articoletto così introdotto:

Iniziamo subito con Dioniso! Anzi no, abbiamo davvero iniziato con lui perché la cellula melodica che vedete in alto è opera sua. Ma per chi non ama la musica e preferisce la buona tavola, su Pitagora e dintorni Dioniso ci presenta un Dialogo su una bottiglia di Klein. Cito: «…E così è nata l’idea del Ristorante Superficiale con ricette euclidee e non, camerieri vestiti da gesuiti, tavoli di Möbius e musica di Battiato…»

Il mese prossimo l'edizione numero 86 del 14 giugno 2015 (“canta intrepido") verrà ospitata da Spartaco Mencaroni su Il Coniglio Mannaro e avrà come tema "matematica, amore e fantasia".

Calendario con le date delle prossime edizioni del Carnevale
Pagina del Carnevale su Facebook

mercoledì, maggio 06, 2015

Due considerazioni sulla sparatoria di Garland

1. Trovo alcuni paralleli tra l'iniziativa del concorso texano e quella di Calderoli del "maiale-Day" contro le moschee.

2. Impedire a qualcuno di andare a gridare "Napoli m....." sotto la curva di Genny 'a Carogna sarebbe una limitazione della libertà? Sì! Una tale limitazione di libertà potrebbe essere opportuna?

domenica, maggio 03, 2015

Dialogo su una bottiglia di Klein

- Fläche! Fläche! Das habe ich tausendmal gesagt! Eine Fläche ist keine Flasche!
- Bè, sicuramente una superficie non è una bottiglia, professor Klein. Ma... una bottiglia ha una superficie. E una superficie... può anche avere la forma di una bottiglia.
- Nein! Nein! Io l'ho chiamata Fläche, superficie. E ora tutti la chiamano Flasche, bottiglia. Warum!? Perché!? Wir müssen wissen! Wir werden wissen!
- Uhm, mi pare di aver già sentito quelle parole... Comunque deve ammettere, professor Klein, che c'è un po' di somiglianza tra "Fläche" e "Flasche". Se avesse usato il latino, come si faceva un centinaio di anni prima della sua pubblicazione, nessuno avrebbe confuso "superficies" con "ampulla".
- Voi Italiener! Sempre a tirare acqua al vostro mulino linguistico!
- Ma se siamo uno dei popoli più anglofili al mondo. Ad ogni modo, veda anche l'aspetto positivo, professor Klein. Senza quel malinteso non ci sarebbero stati tanti bei giochini.
- Che giochini!?
- Bè, ad esempio in California c'è qualcuno che produce delle bottiglie di Klein. Forse senza quell'equivoco tra "bottiglia" e "superficie" a nessuno sarebbe venuta in mente un'idea del genere.
- Ma quelle non sono delle vere superfici mie! Cioè di Klein! Insomma quelle. La mia superficie ha bisogno di quattro dimensioni! E, non avendo un interno e un esterno, non potrebbe contenere liquidi.
- Infatti quelle sono delle immersioni nello spazio tridimensionale. E pensi che quelle bottiglie arrivano dotate di istruzioni in cui è scritto che, siccome la bottiglia ha volume zero, la scatola sarebbe stata superflua, ma che al cliente viene comunque fornita gratuitamente una scatola tridimensionale in cui la bottiglia è stata inserita. Non lo trova divertente?
- Divertente! Sempre a pensare al divertimento voi. Chi vuole che compri una bottiglia difficile da riempire e ancora più difficile da svuotare?!
- Ehm... Io una l'ho comprata.
- Oh Gott!
- E le dirò di più. L'idea è nata chiacchierando con altri matematico-carnascialisti che si erano divertiti a preparare antipasti in stile Möbius. E in quella discussione io ho proposto l'involtino di Klein.
- Die Kleinsche Rouladen! Ach du meine Güte!
- Sì! E Popinga ha proposto l'oliera di Klein, seppur con qualche problemino di fluidodinamica.
E così è nata l'idea del Ristorante Superficiale con ricette euclidee e non, camerieri vestiti da gesuiti, tavoli di Möbius (proposti da Annalisa Santi) e musica di Battiato.
- Wahnsinn!
- Professor Klein, ma non pensa che in questo modo lei e la sua bottiglia... pardon, superficie ne guadagniate in popolarità?
- Me ne infischio io della sua popolarità. Anzi, per non sentire altre corbellerie simili me ne vado!
- Ma Professor Klein... Rimanga... Bè, dato che il professore se n'è andato e che non possiamo completare l'intervista non ci resta che ricordare qualche proprietà della bottiglia del professore... E forse come premessa potremmo cominciare dal Nastro di Möbius. Allora, il cosiddetto nastro di...
- Ma come si permette!? Partire dalla superficie di Möbius per introdurre la mia! Il nastro di Möbius è roba da dilettanti.
- Professor Klein! Ma non era andato via?
- Sì, ma ho sentito quello che diceva e sono tornato indietro! Il nastro di Möbius è una superficie semplicissima. Basta prendere una striscia rettangolare e unire i lati corti dopo una torsione di 180°! Non può usarla per introdurre la mia!
- Però credo che il nastro sia stata la prima superficie tra quelle studiate ad avere una sola faccia e a non avere interno ed esterno. La sfera, il toro, il cilindro hanno tutti due facce non comunicanti e un interno e un esterno. Se una formica cammina su una sfera rimarrà sempre fuori o sempre dentro. Nel nastro di Möbius, invece, la formica, dopo aver percorso un giro, si ritroverà dalla parte opposta. E dopo due giri si ritroverà nel punto iniziale. Questo significa che il nastro è anche una superficie non orientabile.
- E allora? Non succede la stessa cosa pure per la mia superficie? E inoltre la mia superficie ha qualcosa che manca al nastro.
- E cioè?
- La chiusura! Provi a versare dell'olio dentro a una superficie di Möbius e vedrà che succede!
- Beh, sì, ma...
- E vogliamo parlare della costruzione?! Guardi qua sotto...


...non è così banale come quella trovata da Möbius per il suo nastro, no?
- Ammetto che è un po' più complicata, ma ribaltando un po' l'ordine delle sue immagini si potrebbe partire da una sorta di bottiglia bucata sul fondo, estenderne poi il collo, curvarlo su se stesso fino a inserirlo lateralmente all'interno della bottiglia e saldare infine il collo al buco sul fondo.
- E le sembra banale!? In ogni caso quella descritta da lei è solo una riduzione nello spazio tridimensionale. Il vero spazio della mia superficie è quello euclideo quadridimensionale, \R^4. Lì non è necessario che il collo perfori la parete della bottiglia.
Lo so che è difficile immaginarlo ma si può usare l'analogia di una lemniscata che, in due dimensioni, deve necessariamente auto-intersecarsi ma una volta proiettata nella terza dimensione l'auto-intersezione può essere eliminata.
Poi, diversamente dalla superficie di Möbius, la mia superficie non ha bordi dove la superficie termina bruscamente. E, diversamente da una sfera, una mosca può andare dall'interno all'esterno senza dover attraversare la superficie. Quindi per la mia superficie non esiste realmente un "dentro" e un "fuori".
- Vero! E se paragoniamo la bottiglia di Klein a una ciambella fritta potremo dire che, dal fatto di avere un'unica faccia si avrà, bisogno del doppio di zucchero rispetto a una ciambella mentre, dal fatto di non avere volume, la ciambella di Klein non avrà impasto all'interno... Visto che non ha neppure un interno...
- Ma che fa!? Stavo appena dicendo che trovo molto fastidiosa la comparazione della mia superficie a una bottiglia e lei adesso me la paragona a una ciambella!?
- Professor Klein, ma mi tolga una curiosità. Da qualche parte ho letto che lei per costruire la sua superficie sia partito dal nastro di Möbius con l'idea di rendere chiusa quella superficie.
- Guardi, queste sue affermazioni insolenti mi hanno proprio stancato. Direi che possiamo proprio chiudere qui l'intervista. E stavolta definitivamente!

Letture consigliate:
Imaging maths - Inside the Klein bottle - da cui ho preso diverse immagini
http://it.wikipedia.org/wiki/Bottiglia_di_Klein

mercoledì, aprile 29, 2015

Antropologia quantistica

Ma allora anche nei sistemi antropologici così come nella meccanica quantistica non si possono fare rilevazioni senza alterare il sistema stesso!?
È la domanda che mi è venuta in mente durante l'ascolto di due interessanti puntate di Patrizia Giancotti intitolate "A MEMORIA D'UOMO".
Nella seconda di queste puntate si parla del video sul tarantismo degli anni '60 di Carpitella. Il video fu girato per documentare la pratica della meloterapia del tarantismo. L'intenzione era quindi che il video dovesse essere solo uno strumento di rilevazione. E invece quale è stato uno dei risultati finali sviluppatisi nel tempo? 
Parafrasando le conclusioni della seconda puntata.
Il film vuole prelevare la vita vera ed incamerarla. E la danza entra nel film. Ma le riprese vennero effettuate con una cinepresa con carica a molle degli anni '60. E la velocità di quella cinepresa è poi diventata la velocità del tarantismo che, nonostante la sua frenesia, è una danza leggermente più lenta rispetto ai ritmi di quelle immagini. Il fascino di quel documento è che ci mostra il tarantismo com'era ma anche come non era.
Cioè quel video ha influenzato le future interpretazioni di quella danza producendo un'imitazione di se stessa diversa dall'originale. Quindi anche nei sistemi antropologici, così come nella meccanica quantistica, può succedere che le rilevazioni alterino il sistema stesso?
Nelle puntate viene anche citato l'esempio del pastore che ha sempre suonato e cantato nelle feste, ma soprattutto per se stesso, e che ha introiettato quel codice e quei ritmi tramandati nei secoli, ma che, nel momento in cui, anche a causa degli studi antropologici, percepisce di essere il depositario di un sapere arcaico, guardandosi allo specchio altera la percezione della sua musica, del suo codice e di se stesso. E di conseguenza la sua musica cambia.
Mi sono anche tornati in mente i casi dei gangster che imitano la loro immagine proiettata sul grande schermo. La realtà viene registrata nelle immagini, ma nel momento in cui gli oggetti (o aspiranti tali) della registrazione si rivedono alterano la propria auto-percezione e imitano quella loro immagine.

Ma allora forse aveva ragione Hofstadter: l'autoreferenza genera sempre cortocircuiti?

Ad ogni modo le puntate sono quelle del 25 e 26 aprile e si trovano qui.
Questi sono i link diretti: